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labandadelbuko


Diario


8 luglio 2006

pizza, nani e ballerine


«Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l'unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro».
(Pier Paolo Pasolini)




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30 giugno 2006

I barbari (12) - Alessandro Baricco

Più o meno volevo dire questo: i barbari non distruggono la cittadella della qualità letteraria (il rosso dell'uovo, l'abbiamo chiamato), ma è indubbio che l'abbiano contagiata. Qualcosa della loro idea di libro è arrivata fin lì. Mi ha aiutato a capirlo il fatto di esser cascato, tempo fa e per caso, su una pagina di Goffredo Parise. Sentite qua. E' un articolo su Guido Piovene. E inizia così: (Piovene) è il terzo grande amico della last generation. Il primo fu Giovanni Comisso, poi Gadda. Ho detto "last generation" perché, in realtà, la generazione letteraria a cui Guido Piovene appartenne, insieme a Comisso e Gadda, e a cui appartengono oggi Montale e Moravia, è davvero l'ultima. La nostra, quella mia, di Pasolini e di Calvino è qualcosa di ibrido, dopo l'ultima: perché di quel veleno (la letteratura, la poesia) fummo nutriti nella giovinezza credendo in una sua lunga e affascinante vita. Era una cosa interessante. Sembrava spostare i termini della questione molto indietro: Parise scriveva cose del genere nel 1974!. E cos'era questa storia per cui già Calvino e Pasolini erano post? Ecco cosa diceva poco più in là: (La chiamo) ultima generazione perché ebbe tempo di goderla quella bellezza stilistica, e di vedere e vivere i frutti creativi e distruttivi di quell'animo, vita, guerre e arte, che appartengono oggi alla programmazione dei mercati industriale e politico. Ecco uno che mi dice che tutto è iniziato trent'anni fa, quando i megastore non esistevano, e nemmeno i libri dei comici. A un certo punto, dice, si è rotto qualcosa. Mi sarebbe piaciuto farmi dire cosa, esattamente. Ma l'articolo se ne andava poi per conto suo. Non prima però di aver appuntato, quasi di passaggio, una frasetta che mi è rimasta nella memoria: Piovene, come Montale e Moravia e al contrario di noi, aveva vissuto un certo numero di anni in cui la parola scritta fu espressione molto prima di comunicazione. Espressione molto prima di comunicazione. Ecco il punto. L'incrinatura. L'inizio della fine. Sono parole vaghe (espressione, comunicazione), ma io ci ho trovato il sapore dell'intuizione preziosa. Magari l'ho capita male, ma per me indicava molto bene la direzione di un movimento. Non lo spiegava, ma ne identificava molto bene la rotta: una rotta orizzontale invece che verticale. D'improvviso la parola scritta spostava il suo baricentro dalla voce che la pronunciava all'orecchio che l'ascoltava. Per così dire, risaliva in superficie, e andava a cercarsi il transito del mondo: a costo di perdere, nel commiato dalle sue radici, tutto il proprio valore.
Come intuì Parise, non si trattava di una semplice variazione allo statuto di un'arte: ne era la fine. Last generation. Quel che è venuto dopo, è già contagio barbaro, seppur molto prudente, graduale, riformista. La percepiamo come un'apocalisse, perché in effetti scalza i fondamenti della civiltà della parola scritta, e non le lascia prospettive di sopravvivenza. Ma in realtà, senza dare troppo nell'occhio, non distrugge solo ma insegue un'altra idea di civiltà e di qualità letteraria. E' un'idea che abbiamo visto spuntare nella spazzatura che riempie le classifiche di vendita, ma che qui vediamo all'opera in un contesto più alto: addirittura nel rosso dell'uovo. Viene dalla frasetta di Parise, ma si spinge assai più in là. Dice questo: privilegiare la comunicazione non vuol dire scrivere cose banali in modo più semplice per farsi capire: significa diventare tasselli di esperienze più ampie, che non nascono, né muoiono, nella lettura. La qualità di un libro, per i barbari, sta nella quantità di energia che quel libro è in grado di ricevere dalle altre narrazioni, e poi di riversare in altre narrazioni. Se in un libro passano quantità di mondo, quello è un libro da leggere: se anche tutto il mondo fosse là dentro, ma immobile, privo di comunicazione con l'esterno, quello è un libro inutile. So che fa impressione, ma vi chiedo di assumere che questo sia, bene o male, il loro principio. E di capirne le conseguenze.
Lo voglio dire senza mezzi termini: nessun libro può esser una cosa del genere se non adotta la lingua del mondo. Se non si allinea alla logica, alle convenzioni, ai principi della lingua più forte prodotta dal mondo. Se non è un libro le cui istruzioni per l'uso sono date in luoghi che NON sono solamente libri. Dire che luoghi sono, non è facile: ma la lingua del mondo, oggi, indubitatamente, si forma in televisione, al cinema, nella pubblicità, nella musica leggera, forse nel giornalismo. E' una specie di lingua dell'impero, una specie di latino, parlato da tutto l'occidente. E' fatta da un lessico, da una certa idea di ritmo, da una collezione di sequenze emotive standard, da alcuni tabù, da una precisa idea di velocità, da una geografia di caratteri. I barbari vanno verso i libri, e ci vanno volentieri, ma per loro hanno valore solo quelli scritti in quella lingua: perché così non sono libri, ma segmenti di una sequenza più ampia, scritta nei caratteri dell'impero, che magari è partita dal cinema, passata da una canzonetta, approdata in tivù, e dilagata in Internet. Il libro, di per sé, non è un valore: il valore è la sequenza.
A un livello minimo, come abbiamo visto, tutto ciò produce il lettore che, per prolungare Porta a Porta compra i libri di Vespa, o per far proseguire Narnia, compra il testo da cui è tratto. Ma a livello un po' più raffinato, produce, ad esempio, i lettori dei libri di genere, thriller su tutti: perché i generi trovano fondamento spesso fuori dalla tradizione letteraria: puoi anche non aver mai letto un libro, ma le regole del giallo le conosci. Sono scritti nella lingua del mondo. Sono scritti in latino. Per essere più precisi, il loro DNA è scritto in un codice universale, in latino: poi i loro tratti somatici possono anche essere particolari e bizzarri: anzi, questo costituisce una ragione d'interesse. Assicurata la porta d'ingresso di una lingua universale, il barbaro può poi spingersi anche molto lontano sul terreno della variante o della raffinatezza. Pensate a Camilleri: vi sembra, la sua, una lingua globalizzata, standard, mondiale? Certamente no. Eppure molti barbari non hanno difficoltà ad amarla: perché, a monte, quelli di Camilleri sono libri scritti in latino: lo sono talmente che quando il barbaro, secondo il suo tipico istinto, li immette in una sequenza più ampia e trasversale, traducendoli in linguaggio televisivo, quei libri non fanno resistenza, anzi sono già bell'e che tradotti. Eppure la lingua di Camilleri è favolosa, raffinata, letteraria, se volete anche un po' difficile: ma non è quello il punto. Camilleri è più difficile tradurlo in francese che tradurlo in linguaggio televisivo: questo è il punto. In libri come i suoi, penso, si incontrano il portato della vecchia e nobile civiltà letteraria e la scossa dell'ideologia dei barbari: sono animali mutanti, e in questo descrivono bene il contagio a cui il rosso dell'uovo è andato incontro.
E' spesso stupido dare una data precisa alle rivoluzioni, ma se penso al piccolo orticello della letteratura italiana, allora penso che il primo libro di qualità a intuire questa svolta, e a cavalcarla, sia stato Il Nome della Rosa, di Umberto Eco (1980, bestseller planetario). Probabilmente, lì, la letteratura italiana, nel suo antico senso di civiltà della parola scritta e dell'espressione, è finita. E qualcosa d'altro, di barbarico, è nato. Non è un caso che a scrivere quel libro sia stato uno che veniva da zone limitrofe, non uno scrittore puro: quel libro era, già di suo, una sequenza, un trasferimento da provincia a provincia. Non sgorgava dal talento di un animale-scrittore, ma dall'intelligenza di un teorico che, guarda caso, aveva prima di altri e meglio di altri studiato le vie di comunicazione trasversali del mondo. Per me è il primo libro scritto bene di cui si possa dire serenamente: le sue istruzioni per l'uso sono integralmente date in luoghi che non sono libri. Può sembrare paradossale, perché poi parlava di Aristotele, di teologia, di storia, ma in realtà è così: se ci pensate bene, potete anche non avere mai letto un libro prima, e Il nome della Rosa vi piacerà lo stesso. E' scritto in una lingua che avete imparato altrove. Dopo quel libro, non c'è più stato rosso d'uovo al riparo da quella malattia.
Voilà. E' stata un po' lunga, ma la visita al villaggio saccheggiato dei libri è finita. Cosa vorrei che imparaste da questo viaggetto? Due cose. La prima: i grandi mercanti non creano bisogni: li soddisfano. Se ci sono bisogni nuovi, nascono dal fatto che è nuova la gente che ha avuto accesso al riservato campo del desiderare. La seconda: anche in quel villaggio i barbari sacrificano il quartiere più alto, nobile e bello, in favore di una dinamizzazione del senso: svuotano il tabernacolo, purché ci passi dell'aria. Hanno una buona ragione per farlo: è l'aria che loro respirano.
Prima il vino, poi il calcio, infine i libri. Se volevamo capire come combattono i barbari, ormai abbiamo alcuni strumenti per farlo. Finisce la prima parte di questo libro (Perdere l'anima), e inzia la seconda, quella che va dritta allo scopo: fare il ritratto al mutante, e la foto al barbaro. Titolo: Respirare con le branchie di Google. Capirete presto. Dieci giorni di vacanza, per me e per voi, e poi si parte.




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29 giugno 2006

I barbari (11) - Alessandro Baricco

Che idea di qualità hanno imposto i barbari dell'ultima ondata, quelli che sono venuti a invadere i villaggi del libro negli ultimi dieci anni, facendone esplodere il fatturato? Cosa diavolo vogliono leggere? Cos'è, per loro, un libro? E che nesso ha quello che hanno in testa con ciò che noi ancora riconosciamo come editoria di qualità? Le domande cui eravamo arrivati erano queste. C'è una risposta?
Io ci provo. La prima cosa che credo di poter dire è che i barbari non hanno spazzato via la civiltà del libro che hanno trovato: se qualcuno teme un genocidio più o meno consapevole di quella tradizione, inquadra probabilmente un rischio possibile, ma non una realtà già in atto. Mi sono limitato a chiedere cosa ne è di quella letteratura, ad esempio, che noi vecchi continuiamo a ritenere "di qualità". Il responso di tecnici anche molto scettici sulla piega che il mercato dei libri sta prendendo, è che quella letteratura ha goduto dell'ampliamento del mercato: vende un po' di più, alle volte molto di più, praticamente mai molto di meno. Né i megastore, né il cinismo delle case editrici e della distribuzione sono riusciti a scalzarla. Non mi dilungo, perché questo non è un libro sui libri, ma le cose stanno così. Oggi uno scrittore di qualità come Tabucchi vende di più di quanto potesse fare, oggettivamente, un Fenoglio ai suoi tempi. Quello che ci induce a pensare il contrario è la prospettiva, il gioco delle proporzioni: mentre il Tabucchi della situazione ha aumentato discretamente le sue vendite, tutti gli altri libri, quelli che a noi vecchi non sembrano di qualità, hanno aumentato il loro campo d'influenza enormemente. Così, il mercato dei libri finisce per sembrarci come un enorme uovo al paletto, in cui il rosso, più grande che in passato, è l'editoria di qualità, e il bianco, dilagato a proporzioni enormi, è tutto il resto. In questo senso, volendo capire i barbari, quel che bisognerebbe fare è capire quel bianco: è il campo in cui si sono assestati, senza troppo dar fastidio al rosso. Vogliamo provare a capire di cos'è fatto?
Io una mia idea ce l'ho. Il bianco è fatto di libri che non sono libri. La maggior parte di quelli che oggi comprano libri, non sono lettori. Detta così sembra la solita litania del reazionario che scuote la testa e disapprova (in pratica è la traduzione dello slogan: la gente non legge più). Ma vi prego di guardare la cosa con intelligenza: lì dentro è nascosta una delle mosse che costruiscono la genialità dei barbari, la loro bizzarra idea di qualità. Provo a spiegare partendo dall'indizio più evidente e volgare: se guardate una classifica di vendite, ci troverete un numero incredibile di libri che non esisterebbero se non partissero, per così dire, da un punto esterno al mondo dei libri: sono libri da cui hanno fatto un film, romanzi scritti da personaggi televisivi, racconti messi giù da gente in qualche modo famosa; raccontano storie che già sono state raccontate altrove, o spiegano fatti che sono già accaduti in un altro momento e in altra forma. Naturalmente la cosa infastidisce e dà quella sensazione diffusa di spazzatura imperante: ma è anche vero che lì, nella sua forma più volgare, crepita un principio che, invece, volgare non è: l'idea che il valore del libro stia nel suo offrirsi come tessera di un'esperienza più ampia: come segmento di una sequenza che è partita altrove e che, magari, finirà altrove. L'ipotesi che possiamo imparare è questa: i barbari usano il libro per completare sequenze di senso che sono generate altrove. Quel che rifiutano, che non li interessa, è il libro che si rifà, completamente, alla grammatica, alla storia, al gusto della civiltà del libro: questo lo ritengono povero di senso. Non è inseribile in nessuna sequenza trasversale, e quindi gli deve parere terribilmente asfittico. O quanto meno: non è quello il gioco che sanno fare.
Per capire bene dovete pensare, che so, a Faulkner. Per scendere con Faulkner in un suo libro, di cosa si ha bisogno? Di aver letto molti altri libri. In un certo senso bisogna essere padroni dell'intera storia letteraria: bisogna essere padroni della lingua letteraria, abituati al tempo anomalo della lettura, allineati a un certo gusto e a una certa idea di bellezza che nel tempo sono stati costruiti all'interno della tradizione letteraria. C'è qualcosa di esterno alla civiltà dei libri che vi è necessario per fare quel viaggio? Quasi niente. Se non esistesse nient'altro che i libri, i libri di Faulkner sarebbero in fondo comprensibilissimi. Lì, il barbaro si ferma. Che senso ha, si deve chiedere, fare una fatica porca per imparare una lingua minore, quando c'è tutto il mondo da scoprire, ed è un mondo che parla una lingua che so?
Volete una regoletta che riassuma tutto questo? Eccola: i barbari tendono a leggere solo i libri le cui istruzioni per l'uso sono date in posti che NON sono libri.

Quando tutto si risolve nel leggere i libri dei cantautori al posto di Flaubert, o i romanzi dello scrittore che ti è sembrato simpatico o sexy in televisione, la cosa suona piuttosto deprimente. Ma, ripeto, quello è l'aspetto più volgare, semplice, del fenomeno. Che ha anche attuazioni raffinate. Per me resta, ad esempio, formidabile il caso dei libri venduti insieme ai quotidiani. E' un fenomeno che sicuramente non vi è sfuggito. Forse però non avete idea delle dimensioni della cosa. Eccole qua: da quando a qualcuno è venuta l'idea di vendere libri scelti, a poco costo, insieme ai quotidiani, gli italiani ne hanno comprati, solo nei primi due anni, più di 80 milioni di copie. Credetemi, sono cifre senza senso. E sapete una cosa curiosa? A detta degli esperti, una simile alluvione di passione letteraria, non ha spostato di un millimetro le vendite tradizionali. Si poteva pensare che quegli stessi libri non avrebbero più venduto per anni: non è successo. Si poteva pensare che avrebbero venduto di più: non è successo. Fantastico, no? C'è qualcuno che ci capisce qualcosa?
Spiegazioni ce ne possono essere tante. Ma per quel che importa a noi, in questo libro, la cosa illuminante è una: quel modo di vendere i libri dava l'impressione che quei libri fossero un segmento di una sequenza più ampia, che la gente usava correntemente, con grande fiducia e soddisfazione: erano un prolungamento del mondo di Repubblica, o del Corriere della sera, o della Gazzetta dello sport. La promessa, sottintesa, era che leggere Flaubert sarebbe stato un gesto perfettamente collocabile in sequenza col ricevere le notizie, avere quei gusti culturali, condividere una certa passione politica o praticare un medesimo hobby. La promessa, ancor più sottintesa, era che in qualche modo chi leggeva quel giornale aveva le istruzioni d'uso per poter far funzionare quegli strani oggetti-libro. In realtà non era così, perché poi Faulkner resta Faulkner, anche se ve lo mette in mano, con nonchalance, Eugenio Scalfari: per cui probabilmente li hanno comprati ma poi non li hanno letti: ma è bastato che qualcuno schiudesse la possibilità concettuale che Faulkner fosse collocabile in sequenza con altre narrazioni, per far sì che i barbari (o il tratto barbaro che è in noi, anche nei più obsoleti passatisti) rispondessero con istintivo entusiasmo. Risultato: hanno comprato Flaubert persone che mai e poi mai l'avrebbero comprato; e l'hanno ricomprato persone che ne possedevano già due copie. Tutti figli della stessa illusione: che, d'improvviso, l'autoriferimento della letteratura a se stessa si fosse magicamente spezzato. (E poi era simbolicamente così forte il fatto che li si potesse comprare in modo tanto semplice. "Mi dia anche questo, va'." Pochi euro. E via, con Faulkner dentro il giornale. Era veloce. Non sottovalutate questo: era veloce: era un gesto collocabile in una sequenza veloce di altri gesti. Non era andare in libreria, posteggiare, parlare un po' con il libraio e poi scegliere, riprendere la macchina e finalmente poter far altro. Era veloce. Eppure in mano avevi Faulkner, non Dan Brown. La intuite, la micidiale illusione?)
Riassumo: se uno va a vedere il bianco dell'uovo trova molti atteggiamenti semplicistici, ma anche l'affacciarsi di un'idea, strana e non idiota: il libro come nodo passante di sequenze originate altrove e destinate altrove. Una specie di trasmettitore nervoso, che fa transitare senso da zone limitrofe, collaborando a costruire sequenze di esperienza trasversali. Quest'idea è talmente lontana dall'essere idiota che ha iniziato perfino a modificare il rosso dell'uovo, a contagiarlo. E' una cosa difficile da spiegare, ma proverò a farlo.
Domani.




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23 giugno 2006

I barbari (10) - Alessandro Baricco

Mi fa un certo effetto, perché con questa idea di andare a vedere i villaggi saccheggiati dai barbari per capire come i barbari combattono e vincono, sono arrivato fin qui, e qui è il villaggio dei libri. E quel villaggio è il mio. Vediamo se mi riesce di parlarne dimenticandomi che ci son cresciuto.
L'idea che il mondo dei libri sia attualmente sotto assedio da parte dei barbari è oggi tanto diffusa da essere diventata quasi un luogo comune. Nella sua vulgata, direi che poggia su due pilastri: 1) la gente non legge più; 2) chi fa i libri pensa ormai solo al profitto, e l'ottiene. Detta così, è paradossale: è chiaro che se fosse vera la prima, non esisterebbe la seconda. Quindi c'è qualcosa da capire. Nell'economia di questo libro la cosa è utile perché costringe a guardare dentro alla generica espressione "commercializzazione": se, come abbiamo visto, un'espansione delle vendite e un chiaro primato della logica mercantile sono tipiche delle invasioni barbariche, questa è una buona occasione per capire meglio in cosa consista, davvero, questa sospetta vocazione al profitto. E quali possano essere le sue conseguenze.
Partiamo da un dato certo: in effetti, da decenni l'industria editoriale dell'occidente aumenta in modo costante e significativo il proprio volume d'affari. Non amo i numeri, ma, per capirsi, negli Stati Uniti il numero dei libri prodotti è aumentato, solo negli ultimi dieci anni, del 60%. In Italia, il fatturato dell'industria editoriale, negli ultimi vent'anni, è quadruplicato (bisogna tener conto che il passaggio all'Euro ha fatto lievitare molto gli incassi, ma il dato resta abbastanza impressionante). Fine dei numeri, e riassumo: quelli vendono che è una meraviglia.
Risultati del genere non si ottengono per caso. Sono il risultato di una mutazione genetica. Quelli che l'avversano, l'hanno descritta così: dove c'erano aziende quasi famigliari in cui la passione si coniugava con profitti modesti, adesso ci sono enormi gruppi editoriali che mirano a profitti da industria alimentare (diciamo sul 15%?); dove c'era la libreria in cui il commesso sapeva e leggeva, adesso ci sono megastore a più piani dove trovi anche cd, film e computer; dove c'era l'editor che lavorava inseguendo bellezza e talento, adesso c'è un uomo marketing che con un occhio guarda all'autore, e con due guarda al mercato; dove c'era una distribuzione che funzionava da nastro trasportatore quasi neutrale, adesso c'è una strettoia dove passano solo i prodotti più adatti al mercato; dove c'erano pagine di recensioni, adesso ci sono classifiche e interviste; dove c'era la sobria comunicazione di un lavoro fatto, adesso c'è una pubblicità strabordante e aggressiva. Sommate tutto, e vi fate l'idea di un sistema che, in ogni suo passaggio, ha scelto di privilegiare l'aspetto commerciale rispetto a qualunque altro.

Per quanto ne so io, un quadro del genere descrive abbastanza fedelmente lo stato delle cose. Ci sono molte eccezioni e bisognerebbe fare molti distinguo, ma in effetti la tendenza sembra quella. Il punto che mi interessa, però, è: che tipo di mondo è stato generato da una mutazione del genere? L'equazione tra commercializzazione spinta e distruzione è reale? L'idea che si tratti di un genocidio in cui stiamo azzerando una civiltà preziosissima è un'idea intelligente, o falsamente intelligente? Non è che mi importi particolarmente del destino dei libri, è che lì si gioca una partita interessante: è vero che l'enfasi mercantile uccide il tratto più nobile e alto dei gesti a cui si applica? Stanno ammazzando Flaubert così come hanno messo in panchina Baggio e tolto dalle nostre tavole il Barbaresco? E se sì, perché diavolo lo stiamo facendo? Avidità pura e semplice?
Vorrei che provaste a pensarla così: l'enfasi commerciale, prima di essere una causa, è un effetto: è il quasi automatico defluire di un gesto in un campo improvvisamente spalancato. Prima c'è uno sfondamento del terreno di gioco, poi c'è la conquista di quel nuovo spazio: e il business è il motore di quella conquista. Provo a spiegarmi con i libri. Come mi ha ricordato un amico a cui devo spesso una parte dei miei pensieri, fino alla metà del settecento quelli che leggevano libri erano, sostanzialmente, quelli che li scrivevano: o magari che non li scrivevano ma avrebbero potuto farlo, o che erano fratelli di uno che li scriveva, insomma erano nei paraggi. Era una piccola comunità circoscritta, i cui confini erano determinati dal possesso dell'istruzione e dalla libertà dall'urgenza di un lavoro redditizio. Con l'avvento della borghesia si crearono le condizioni oggettive perché molta più gente avesse le capacità, i soldi e il tempo per leggere: erano lì, ed erano a disposizione. Il gesto con cui li si raggiunse, inventando l'idea (che doveva parere assurda) di un pubblico di lettori che non scrivevano libri, oggi lo chiamiamo: romanzo. Fu un gesto geniale, e lo fu, simultaneamente, da un punto di vista creativo e da un punto di vista di marketing. Il romanzo è il prodotto che ha reso reale un pubblico che era solo potenziale, e che esisteva solo sotto la pelle del mondo. Il fatto che il romanzo abbia prodotto denaro (e tanto) ci appare oggi quasi un corollario trascurabile: ci sembra più significativo il gesto di civiltà che vi riconosciamo: il pervenire a una superiore e formalizzata consapevolezza di sé e a una raffinata idea di bellezza. La distanza storica però non ci deve far perdere la comprensione delle cose reali: il romanzo ottocentesco era pensato per coprire l'intero mercato disponibile, mirava a tutti i lettori possibili, e da Melville a Dumas in effetti li raggiungeva tutti. Se oggi ci sembra un prodotto èlitario, è perché, per quanto spalancato, il campo di gioco di quella editoria rimaneva circoscritto, chiuso dai muri dell'analfabetismo e delle differenze sociali. Ma vorrei essere chiaro: tutto il campo disponibile, il romanzo se lo prese, in una delle operazioni commerciali più grandiose della nostra storia recente. Erano pochi, ma il romanzo se li prese tutti.

(Ora, se pensate al sistema settecentesco dei libri, a ogni sua rotella, non fate fatica a immaginare che l'irrompere del romanzo abbia, ai tempi, squassato tutto, imponendo una nuova logica. Facile che quella vecchia famiglia allargata di colti scrittori-lettori abbia guardato con disgusto a una commercio e a una produzione che metteva libri in mano a signore impreparate e garzoni che appena sapevano leggere. E infatti il romanzo borghese, ai suoi albori, fu percepito come una minaccia, e come un oggetto sostanzialmente nocivo (i medici, spesso, lo vietavano): di certo dovette apparire come uno smottamento del tratto nobile del gesto di scrivere e leggere. Facile che lo si attribuisse a un avida volontà di successo e di guadagno. E' un panorama che vi ricorda qualcosa?)
Se risaliamo dal mondo dei libri ad altri limitrofi, vorrei che provaste a pensare almeno per un momento che storicamente non è mai esistita una frattura fra un prodotto di qualità, da una parte, e un prodotto commerciale, dall'altra: tutto ciò che adesso noi ripensiamo come arte alta, al riparo dalla corruzione mercantile, è nato per soddisfare l'intera platea del suo pubblico, coerentemente a una logica commerciale scarsamente frenata da considerazioni artistiche. L'illusione ottica che genera in noi la sensazione di un oggetto sofisticato e èlitario nasce dal fatto che quelle platee sono state, almeno fino agli anni 50 del novecento, molto ristrette, effettivamente èlitarie: ma ciò che le chiudeva al resto del mondo non era tanto una loro scelta selettiva di qualità, quanto la realtà sociale che ne limitava il raggio d'azione alle fasce più forti della popolazione. Mozart componeva per tutto il pubblico d'allora, a costo di andarsi a inseguire i meno ricchi nei teatri di Schikaneder. E Verdi era conosciuto da tutti coloro che potevano entrare in un teatro, o tenere uno strumento in casa: scriveva musica anche per il più ignorante, rozzo e insensibile di loro. Va da sé che all'interno di ogni parabola artistica sono sempre esistiti prodotti più difficili e prodotti più facili: ma è un'oscillazione che dice poco quando il facile è Rossini o Mark Twain. Erano sistemi che anche quando si chinavano sul meno attrezzato dei loro spettatori, conservavano integra la nobiltà del gesto. E quando scivolavano nella faciloneria pura e semplice (tutta l'arte che poi abbiamo dimenticato)macinavano orrori che, com'è dimostrato, non scalfivano minimamente la possibilità di coltivare rigogliose piantagioni di prodotti degnissimi. Ammesso che per avidità commerciale si desse talvolta alla gente il peggio, era un sistema che non ha impedito la nascita di nessun Verdi.
Se provate a pensarla così ancora per qualche minuto, possiamo ritornare ai libri e cercare di capire. Prendete l'Italia degli anni 50. Erano gli anni in cui al Premio Strega andava gente come Pavese, Calvino, Gadda, Tomasi di Lampedusa, Moravia, Pasolini (ci sarebbe andato anche Fenoglio, ma dovette lasciare il posto a Calvino! Oggi non si hanno più quei problemi lì). Gli editori si chiamavano Garzanti, Einaudi, Bompiani, ed erano cognomi di persone vere! Se dobbiamo pensare a una civiltà che oggi è stata spianata dai barbari, eccola lì. Nella qualità dei libri, nella statura degli addetti ai lavori e perfino nelle modalità del lavoro e della commercializzazione (la piccola libreria, i recensori insigni, i risvolti fatti da Calvino) quegli anni sembrano rappresentare per noi il paradiso perduto. Ma che Italia era quella? Com'era, esattamente il campo in cui giocavano?
Non è facile rispondere, ma ci provo. Era un'Italia in cui i due terzi della popolazione parlava solo in dialetto. Il 13 % erano analfabeti. Tra quelli che sapevano leggere e scrivere, quasi il 20% non avevano titolo di studio. Era un'Italia appena uscita da una guerra persa, ed era un paese in cui di tempo libero ce n'era poco, e la stessa piccola borghesia emergente non aveva ancora il surplus di reddito con cui finanziare il proprio diletto e una propria formazione culturale. Era un paese in cui la trilogia degli antenati di Calvino, in sette anni, vendeva 30.000 copie. Dico questo per tracciare i bordi del campo: indipendentemente da quello che avrebbero voluto fare, ai tempi quelli che vendevano libri lo potevano fare in un mercato oggettivamente piccolo. Oggi sappiamo che quell'ecosistema piuttosto angusto generò professionalità sublimi, autori geniali e riti nobilissimi. Ma c'è qualcosa che ci autorizza a pensare che tutto ciò sia nato in virtù di una ritrosia a commercializzare quel mondo, privilegiando la qualità delle persone e dei gesti? Credo di no. Ancora una volta, mi sembra piuttosto che loro possedessero tutto il campo possibile, con normale istinto commerciale, e ciò che noi oggi riconosciamo come qualità fosse esattamente l'espressione dei bisogni della ristretta comunità a cui si rivolgevano: perfino uno specchio delle loro abitudini, dei loro riti quotidiani (il libraio, la terza pagina dei giornali, la libreria in salotto...). Tutto il mercato che c'era, loro lo abitavano, e davano a quel mercato esattamente quel che chiedeva, sia nei prodotti, sia nei modi con cui li porgevano.
Se tendete ad attribuir loro, comunque, una certa nobile ritrosia a forzare il mercato, sfondando i confini noti con prodotti più facili, allora devo dirvi una cosa: in realtà spiavano ogni minimo allargamento dell'orizzonte, sapevano che sarebbe arrivato, e lo stavano aspettando. Dovettero intuire qualcosa alla fine degli anni 50, quando un libro come Il Gattopardo (inviso a buona parte dell'intelligentsia del tempo) arrivò a vendere 400 mila copie in tre anni. Era un segnale. Diceva che c'era un pubblico appena entrato in sala, che ancora era costretto a scegliere, e comprava poco, ma ben presto avrebbe avuto tempo e soldi per leggere. Non si limitarono ad aspettarlo. Gli andarono incontro. E ampliarono la sala. La nascita degli Oscar Mondadori, e quindi del mercato del libro economico, del tascabile, è del 1965. Fu successo immediato: Addio alle armi vendette 210 mila copie in una settimana. Alla fine del primo anno gli Oscar avevano venduto più di otto milioni di copie. Bum. L'Italietta era finita, e il mondo dei libri era improvvisamente diventato un campo apertissimo. Pensate che si siano fermati ai bordi, riflettendo sull'opportunità o meno di andarlo a conquistare? Ci si buttarono e basta. E l'editoria si abituò ad abitare un campo così aperto. Da allora, non si è più fermata: si è lasciata invadere da ogni successiva ondata di nuovo pubblico. Fino a quella, micidiale, degli ultimi vent'anni.
Quel che voglio dire è che, nonostante le apparenze, contrapporre un'editoria di qualità del passato a un'editoria commerciale del presente è un modo inesatto di porre i termini della questione. In realtà sembrerebbe più plausibile ammettere che l'editoria si è sempre spinta fino ai limiti possibili della commercializzazione, con l'istinto che qualsiasi gesto ha di abitare tutto il terreno disponibile. Quello che possiamo registrare è che, in una certa contingenza storica, e in una certo panorama sociale, un'editoria costretta alla piccolezza da precisi blocchi sociali ha espresso una qualità (di prodotti, di modi) che era l'espressione esatta dei bisogni della microcomunità a cui si rivolgeva. Ma non sceglievano la qualità invece che il mercato: trovavano la qualità nel mercato.
Tutto ciò inclinerebbe a pensare che, di per sé, la commercializzazione spinta, come effetto dell'istinto a possedere tutto il mercato possibile, non è una causa sufficiente a motivare il massacro della qualità. Non lo è mai stato. Quindi, se continuiamo a percepire un'aria di apocalisse e invasione barbarica, dobbiamo chiederci piuttosto da cosa sia, veramente, generata, vietandoci la facile risposta che è tutta colpa di una cosca di affaranti. In fondo, forse la domanda corretta da porsi, sarebbe questa: che tipo di qualità è generato dal mercato che oggi vediamo all'opera? Che idea di qualità hanno imposto i barbari dell'ultima ondata, che sono venuti a invadere i villaggi del libro negli ultimi dieci anni? Cosa diavolo vogliono leggere? Cos'è, per loro, un libro? E che nesso ha, quello che hanno nella testa, con ciò che noi ancora riconosciamo come editoria di qualità? Nella prossima puntata vedremo se è possibile avvicinarsi a una risposta.




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22 giugno 2006

Il collezionista - Tomas Saulius Kondrotas



A furia di meravigliarmi del mondo e della gente, a poco a poco mi sono convinto che la nostra compassione per gli altri si fonda su calcoli egoistici. Probabilmente, a parte qualche eccezione, è sempre così. Immaginiamoci questa situazione. Voi vi trovate ai funerali di una persona. L’autunno, gli aster in fiore, la bara, la fossa per la tomba, la gente infreddolita negli abiti neri e un’atmosfera spiacevole. Voi siete in piedi alle spalle degli altri, un po' in disparte, poiché non appartenete alla cerchia dei parenti prossimi del defunto e siete venuti solamente per cortesia, dal momento che una volta l’avevate un po' conosciuto. Dunque avete un’ottima occasione per osservare tutto e valutarlo con imparzialità. Ecco che la bara viene calata nella buca, si suona una triste musica di commiato. E cos’altro sentite voi, a parte quella musica? Il lamento della vedova:

- Ah, come farò io a vivere senza di lui ?! Mio unico bene, mio carissimo!

Eccetera, eccetera. Sentite? IO, MIO... Nessuno, quasi nessuno piange per il fatto che un uomo é morto e che PER LUI é male esser morto. No. Solo ‘IO senza di lui non posso !’, ‘NOI non sopravvivremo a tanta disgrazia!’ e simili. Non vi sembrerà strano dopo di ciò guardare uno che piange accanto al feretro, non sorprenderete nelle sue lacrime solo apprensione per se stesso? Si, solamente questo.

Se rovisterete nei vostri sentimenti, forse ne converrete: in fondo siamo tutti molto simili. Perciò vi sarà facile capire, perché non amo gli ammalati. Trovo difficile persino far visita alle persone che mi sono più care quando stanno male, perché mi opprime l’idea di doverle aiutare, forse addirittura curarle e, quel che é peggio, che solo io possa farlo.

All’improvviso, mentre correva la sua sessantesima primavera, s’ammalò una persona a me cara, vissuta sola soletta, senza famiglia né parenti che potessero essergli d’aiuto e conforto. Per mia fortuna (o sfortuna ?) molte cose ci legavano, cosicché toccò a me imboccarlo, lavarlo e vegliarlo. Poiché era un uomo intelligente e conosceva il mio punto di vista intorno ai malati, non richiedeva da me che sedessi presso il suo letto a lisciarlo e intrattenerlo con storielle allegre anche in quelle ore in cui non era davvero necessario. Però ero pur sempre costretto a gironzolare nei dintorni in modo che all’occorrenza potesse chiamarmi. Dovendo spendere così il mio tempo, ogni tanto, volente o nolente, spinto dalla noia, leggevo da cima a fondo tutte le riviste, anche perché negli ospedali non si trovano altro che testi tecnici e quelli io proprio non li sopporto e per dirla tutta sono piuttosto duri da digerire.

Una mattina, dopo aver dato la prima colazione al mio amico, sedevo e sfogliavo le pagine degli annunci di un quotidiano. Tra le svariate notiziole che m’informavano sulla vendita d’un pentolone nero, del portapacchi d’un motociclo, d’una camera da letto o del fatto che si comprerebbe volentieri un box metallico e un passeggino per bambini, ne capitò una sulla quale dapprima lasciai scivolare gli occhi ma poi vi ritornai sopra e lessi con maggiore attenzione, perché mi pareva contenere un errore di stampa. L’annuncio suonava così:

Vendesi collezione. Tramonti.

Rivolgersi a… fino alle 19.

Dapprincipio pensai che la parola ‘Tramonti’ indicasse l’indirizzo al quale gli acquirenti dovevano rivolgersi. Così come c’è viale dei Tramonti o traversa del Tramonto. Ma in basso, nella seconda riga, c’era scritta un’altra via. Non mi raccapezzavo. Che poteva significare tutto ciò, cos’era mai quella collezione e che c’entravano i tramonti? Lì per lì non ci rimuginai troppo. Strappai l’annuncio e l’infilai nel taschino. Così, come spesso senza riflettere si mettono in tasca pietruzze di forma strana pur sapendo che non ci serviranno mai. Passarono alcuni mesi. Il mio amico e io vivevamo come al solito. Era autunno inoltrato quando una volta, non mi ricordo per quale faccenda, capitai in quel quartiere della città dove si trovava la strada indicata nell’annuncio del giornale. Non avevo bisogno di nessuna collezione, ma decisi di passare per quella strada e per curiosità dare un’occhiata alla casa dove viveva l’inserzionista.

Trovai subito la casa. Era una costruzione in legno con profonde fondamenta, più o meno ad altezza d’uomo, murata con grosse pietre. Si vedeva che era un vecchio edificio perché nelle crepe della malta crescevano già erbette e muschi. Nella via c’era un camion in sosta e l’intero tratto tra l’automezzo e la casa era ricoperto con fogli di giornali e vecchie riviste sparpagliate a terra. Quattro uomini con tute grigio scuro si sforzavano di far passare dalla porta un grosso armadio. Li guidava un tizio alto e biondo, più o meno sulla trentina. A furia di gesticolare con le mani, gli svolazzavano i baveri della giacchetta abbottonata. L’uomo sorrideva e scherzava coi facchini.

Rimasi lì per qualche minuto osservando il gruppo finché il tipo con la giacca mi vide. Si fece vicino e chiese:

-     Lei cerca Grikonis ?

Io restai interdetto. Non sapevo cosa rispondere perché in verità non conoscevo nessun Grikonis e nemmeno si poteva dire che cercassi davvero qualcuno. L’uomo penetrante e indagatore notò la mia confusione. Macchinalmente infilai la mano nel taschino, estrassi il pezzetto di giornale e glielo mostrai. Gli dette un rapido sguardo e di nuovo mi fissò.

- Aah. Ciò significa che lei é di quelli...

Io non avevo la più pallida idea di chi fossero ‘quelli’.

- Per parlare francamente, no - dissi.

Ma lui non prestò attenzione alle mie parole e a quanto pare anche dopo mi considerò come uno di ‘quelli’:

- E’ morto una settimana fa. Probabilmente sentiva che sarebbe morto presto e si é affrettato a vendere. Io sono suo figlio - mi tese la mano e io la strinsi.    -  Ho deciso di vendere la casa e tutti i mobili. Vede, - e mosse la mano verso I facchini - portiamo tutto fuori.

Mi prese per il braccio.

- Entriamo. Le farò vedere dov’è sistemata. Gli armadi erano stracolmi e allora abbiamo trasportato tutto in una stanza. Ho in mente di gettarli, perciò abbiamo caricato come capitava. Lui aveva sistemato tutto con molto ordine. Non pensavo che a qualcuno sarebbero servite queste cose. Se le può prendere. Non chiedo nessun compenso. Me ne sarei disfatto comunque. Solo dovrebbe portar via tutto al più presto. Oggi stesso. I suoi pensieri saltellavano, parlava veloce, senza permettere spiegazioni. Di colpo mi strinse il braccio:

- Sa una cosa ? Ci ho pensato. Noi mettiamo tutto in questa macchina, lo trasportiamo a casa sua e scarichiamo. Non abbia paura, ci starà. Nella macchina c’è ancora molto posto. Questo é l’ultimo viaggio. Così faremo più in fretta. - Parlando mi conduceva per le stanze vuote con brandelli di carta giallastra e azzurro cielo attaccati alle pareti. Odoravano di cinnamomo e di ragnatele umide. Sui pavimenti erano ancor chiare le tracce di mobili da poco rimossi. L’uomo aprì una porta su una piccola cameretta con un’ampia finestra:

- Eccoli.

Devo dire che quel che allora vidi mi deluse. Senza, in coscienza, aspettarmi nulla, eppure nel profondo del cuore speravo di vedere qualcosa d’interessante. Si, una collezione, fosse pure di etichette, di fiammiferi o di spillini. Ma ciò che era ammonticchiato in quella camera da lontano non ricordava affatto una collezione. C’erano cumuli di scatolette di latta della marmellata, storte e arrugginite, vecchi pacchetti di cartone per surrogato di caffè pieni di macchie, bottigline di vetro nero (su una lessi ‘Inchiostro Pingvin’) e barattoli di vetro ricoperti con carta adesiva scura. Alcuni avevano certe etichette, altri non recavano niente o delle tracce di colla sbruciacchiate a indicare che anche lì c’erano state le etichette.

- Eccoli - ripeté quell’uomo, ritto dietro la mia schiena, guardando la camera oltre le mie spalle.

- Cosa ?

- I tramonti. Ehi, ragazzi! - strillò - caricate anche questa roba! - aprì con delicatezza una delle scatolette e quella, rimbalzando sul pavimento, rotolò verso le altre. A giudicare dal suono doveva essere vuota.

Probabilmente il mio viso mostrò delusione, poiché sentii dire:

- Il babbo si lamentava sempre che gli mancavano i contenitori e tutti i vicini allora gli portavano ogni tipo di barattoli che poi gli sono rimasti. i facchini intanto trasportavano le lattine e i barattoli di vetro sul camion e io dovevo starmene lì, in piedi, e ascoltare quello sconosciuto. Quella robaccia occuperà almeno un quarto del mio appartamento. E quanta fatica dovrò ancora fare prima di riportarla tutta fuori di casa; non posso certo permettermi d’ingaggiare dei facchini.

- Mica poco, vero ? disse il biondo con una punta d’orgoglio. - All’inizio collezionava aurore, ma poi, chissà come e perché, s’interessò ai tramonti. Sapete, cominciò ad occuparsi di tutto ciò assai tardi cosicché non poté dedicare molto tempo agli uni e alle altre. L’età non era più quella. Capirete da solo: d’estate il sole sorge molto presto e per una persona anziana non é semplice levarsi all’alba. I tramonti erano più comodi. Comunque per me lei può prendersi tutto. Le aurore sono stipate nello scantinato. Quasi tutte senza etichetta. Ma penso che in un modo o nell’altro occorrerà aiutarla. Per me sarebbe meglio se si prendesse tutto.

Mi guardò negli occhi:

- E allora ?

Avvertivo sul mio volto un certo rossore ma non riuscivo a farci niente.

- No grazie, - dissi - non é il mio campo.

- Ma come...

I facchini avevano finito il lavoro quando arrivammo presso il camion. Mi sedetti vicino al conduttore per indicare la strada. Il biondo salì in cabina. Dopo un’ora rimasi da solo nel mio appartamento, sovrastato da pezzi di metallo, stracci e barattoli di vetro; bestemmiavo sottovoce e non avevo la minima idea di come utilizzare quel tesoro cadutomi, é il caso di dirlo, dal cielo. Afferrai una di quelle scatolette di latta, la rigirai nelle mani e la gettai di nuovo nel mucchio. Sull’etichetta, a lettere rotonde, uguali e quasi infantili, lessi: ‘Zagare, 1946, Primavera ’. Sollevai la scatoletta e l’agitai. A un tratto mi parve che qualcosa risuonasse all’interno, ma dopo averla agitata ancora per un po', non udii più nulla. Una semplice latta vuota. Mi sorpresi nello specchio con quella scatoletta all’orecchio. Avevo l’aria di un imbecille.

Ebbi un sospiro, mi procurai un coltellino, aprii la latta e balzai all’indietro. La stanza fu invasa da una cortina di luce argentea. Le altre cose svanirono. Vidi davanti a me la linea azzurra del cielo e il sole che tramontava. Un luogo straniero, del tutto sconosciuto, illuminato da raggi rossi e color del bronzo. Similmente si riflette la fiamma della stufa sulle stoviglie d’argento. Alcune nuvole di porcellana giallastra, appena visibili all’orizzonte, il disco cremisi del sole nel fondo del cielo. Il cielo, in alto verde com’erba appena spuntata, un po' più in basso color della pera che marcisce, in un gioco di barbagli come i lampi di luce sul bicchiere di cristallo pieno di tè. L’aria pura e tersa, ma avviluppata da una stanchezza appena percettibile. Appena appena.

Ecco che il tramonto c’era davvero. Non durò molto, solo qualche minuto finché il sole scomparve. Aprii la latta e la gettai a terra. Rimasi stordito per un po', come chi riprende a fumare dopo tanto tempo.

Mezz’ora più tardi, svanita la vertigine, passai in rassegna tutte le altre etichette. Su tutte c’era la data, il nome del luogo e la stagione. Nient’altro.

Ne trovai alcune degli anni prima della guerra, tre o quattro degli anni della guerra, ma la maggior parte erano degli ultimi vent’anni. Ricomposi tutto con ordine quanto meglio potei e uscii di casa. Avevo bisogno di camminare e di riflettere con calma.

Riuscii a passare tutte le scatolette nell’arco di un mese, ma non più di dieci al giorno. La testa mi girava, avevo perso la percezione di chi ero e di dove ero. Dieci era il limite che più di una volta non fui capace di superare. Molto più tardi mi imposi una regola: non aprire più di tre scatole nello stesso giorno. Ma ciò avvenne molto tempo dopo. Allora invece io ero come un folle. Come quell’uomo che nel deserto era quasi morto dalla sete e ora beve credendo che l’acqua non finirà mai. Non riuscivo a capire come avessi fatto prima a non notare i tramonti. E ancora: quell’uomo, Grikonis, che aveva messo insieme la collezione era costantemente con me. Io lo conoscevo così come conosco me stesso. Sebbene fosse morto e sepolto, tra noi si stese un resistente filo d’oro. Molto più resistente di qualunque altro che mi legasse a chicchessia. Ricavavo informazioni su di lui da come aveva selezionato i tramonti, con quali colori, linee e stati d’animo. Alcuni tramonti non mi piacevano affatto, altri così così, di altri ancora ero affascinato come da vere opere d’arte. E tutto questo mi faceva conoscere Grikonis. Fino ad allora non avevo mai immaginato che d’un uomo si può dire ciò che é dai tramonti che preferisce. Senza conoscerne i dettagli, potevo sperimentare la solitudine di quell’uomo come fosse la mia propria (io quella sensazione non l’avevo mai provata), riuscivo a esperire i sentimenti e le preoccupazioni dalle quali egli da tempo si era liberato per sempre.

Talvolta guardavo e riguardavo lo stesso tramonto, finché percepivo cosa rodeva i pensieri di Grikonis quando anch’egli lo contemplava. Non c’erano tramonti casuali. Ognuno possedeva un significato, solo che bisognava saperlo cogliere. Col tempo selezionai una ventina di tramonti che guardavo e riguardavo ogni volta scoprendo sempre nuovi stati d’animo e sensazioni. Gli altri li guardavo solo di tanto in tanto, se mi restava qualcosa di oscuro in uno dei venti. Il mondo acquistava per me nuove e mai viste profondità e dimensioni. Un giorno viaggiavo verso quella casa dove tutto aveva avuto inizio colla segreta speranza di riuscire a trovare anche le aurore. Da tempo nessuno aveva più aperto la porta. Io mi stavo già rallegrando del fatto che il luogo fosse disabitato perché così sarei riuscito nel mio intento. Ma la porta si aprì e apparve il volto raggrinzito e ingenuo di una vecchina. Dissi di essere un amico dell’ex proprietario della casa e mi informai su dov’era sepolto. Ma la vecchina l’ignorava. Allora chiesi dove abitava il figlio. Ma non seppe dirmi nemmeno questo. Mentre perdevo la speranza di trovare qualcosa, accennai alle aurore.

- Quali aurore ? si spaventò la vecchietta.

- Sa... nelle latte. Devono essere nello scantinato.

-     Aurore nelle latte? Nello scantinato? Lei é pazzo ! -

La vecchina mi sbatté la porta in faccia e sentii che strillava dentro:

-     Prendersi gioco di una donna anziana! No! Chiamerò la polizia! Non finirà così! Mi hanno avvelenato il gatto e ora si burlano di me! Mi vogliono buttare fuori di casa! La vedremo! Porterò tutto in tribunale !

E così via... Non indugiai oltre. Tentai d’ottenere qualche informazione dal custode del cimitero, ma anche questi non sapeva niente. ‘Ne seppelliamo tanti. Come si fa a ricordarseli tutti?’, e basta.

 

Col tempo cominciò a non bastarmi più quello che possedevo. Volevo avere qualcosa di mio. Con sempre crescente insistenza ci rimuginavo su, finché, senza neanche accorgermene, presi la decisione. Riempii la valigia di scatolette vuote del tè, presi alcuni giorni di ferie non pagate e viaggiai nei posti dove immaginavo vi fossero i tramonti più belli. Anche se non c’ero mai stato prima d’allora, scelsi la zona dei laghi nel sud della Lituania. Quei posti mi attiravano già da tempo. Per tre giorni fu nuvoloso, ma il terzo già dall’alba si mostrò niente male e così mi preparai per il sud. Devo confessare che avevo molta paura di non riuscire. E infatti le prime prove non furono buone, ma compresi presto dov’era il mio errore. Non occorre semplicemente guardare il sole che cala. Bisogna invece VIVERE quella visione. Concentrare in uno - nel tramonto - tutti i propri sentimenti e pensieri. Qui é nascosto tutto il segreto perché non si può sentire così ogni tramonto. Un’altra difficoltà é che in un giorno si può vedere un solo tramonto. Esso non si ripeterà più una seconda volta.  Perciò  qui non  può  esserci  alcun  tentativo. O ti  riesce  oppure  no. E basta.

Da quei giorni sono passati quindici anni, e posso dire che la mia speranza é stata soddisfatta. Anno su anno ho accumulato la mia raccolta, ogni giorno libero sono andato in cerca di tramonti. Ho selezionato, lasciando fuori o recuperando una cosa o l’altra, finché la mia collezione personale é diventata anch’essa bella, ordinata e compatta. Si può dire che sono diventato un virtuoso di quest’insolito genere di cose. Appena sbircio un tramonto so subito quanto vale e se si addice o no alla mia collezione.

Ecco, sono già due anni che sono in pensione e allora, lo capite da soli, non é più oltre le montagne il mio tramonto, che vedrei solo una volta senza poterlo inserire nella collezione. Adesso io viaggio di continuo per il paese, con ogni mezzo di trasporto e anche a piedi. In alcuni posti mi conoscono già e i ragazzini si offrono di portarmi le scatolette. Loro non sanno perché sono sempre qui, cosa mi spinge in questi paraggi, ma forse un giorno glielo spiegherò. Forse spiegherò e racconterò tutto ciò che so sui tramonti e sul mondo. E’ ogni volta più faticoso camminare col carico dei miei tramonti e non c’è paragone con quegli accalappiatopi, detti gli ‘ungari’, che tempi addietro andavano per i villaggi. Ogni giorno é più dura. Non é da escludere che anche a me verrà il desiderio di vendere a qualcuno la mia collezione, sebbene preferirei donarla a una persona adatta. Non meravigliatevi perciò quando vi capiterà di vedere su un giornale questo piccolo annuncio:

Vendesi collezione. - Tramonti.

Quello sarò io.




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19 giugno 2006

schegge (127)

“Il mistero dell’Eucaristia costituisce il tesoro della Chiesa” ha detto Benedetto XVI. Puzza di imbroglio: come quando da bambini provavano a convincerci che il grasso del prosciutto fosse il più buono.

Nokia e Siemens hanno deciso di fondere le loro attività e di far nascere così il terzo gruppo mondiale nelle telecomunicazioni. Niente di buono, mi sembra. La Siemens, ai tempi della Germania nazista, era famosa per lo sfruttamento disumano della manodopera e per aver finanziato, insieme a Deutsche Bank, abbondanti capitali per la costruzione di Auschwitz e di 47 sottocampi. Le prospettive della fusione? Nuovi forni crematori. Ma, con un design più elegante.

Vittorio Emanuele. Ecco cosa succede a sposarsi tra consanguinei.




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15 giugno 2006

I barbari (9) - Alessandro Baricco

Ancora una cosa sul calcio. So che sarà una puntata un po' tecnica, per cui mi scuso con quelli che non masticano football: se vogliono, possono saltare. Per gli altri, ecco la cosa che trovo interessante: l'idea di spettacolarità che il calcio ha scelto negli ultimi anni, più o meno da quando si è percepita una certa mutazione barbarica. Naturalmente buona parte di quella idea di spettacolarità c'entra con le tecniche di racconto, con la televisione, le riprese, il tipo di commento, la scrittura sportiva sui giornali, ecc., ecc: ma è una cosa che c'entra anche con la natura stessa del gioco, con la sua tecnica, con il suo tipo di organizzazione.
Per quello che importa a noi, la domanda è: se ai barbari è necessaria una spettacolarizzazione del gesto, come mai sono arrivati all'assurdo di eliminare proprio il punto più spettacolare dei quel gioco, cioè il talento individuale, o addirittura il marchio dell'artista, e cioè del numero 10? Perché vanno a colpire proprio il punto in cui quel gesto sembra assumere la sua dimensione più alta, più nobile, più artistica? Non è una domanda solo calcistica, perché, come oramai incomincerete a capire, è un fenomeno che possiamo trovare in quasi tutti i villaggi saccheggiati dai barbari. Vanno dritti dove è il cuore più alto della faccenda, e distruggono. Perché? E soprattutto: cosa ci guadagnano da un simile sacrificio? O è violenza stupida, pura e semplice? Nel caso del calcio può essere utile, di nuovo, fermarsi a vedere una vecchia foto in bianco e nero. Giusto un'occhiata, ma vedrete che serve.
Quando io ho iniziato a giocare a pallone erano gli anni sessanta e Moggi e Sky non c'erano ancora. Ero l'unico che non avesse le scarpette da pallone (non eravamo poveri, ma eravamo cattolici di sinistra), per cui giocavo con gli scarponicini da montagna legati alla caviglia: per questo, e secondo una logica stringente, i grandi decisero che dovevo giocare in difesa. Ai tempi ero dell'idea che la vita fosse un compito da assolvere, non una festa da inventare, e quindi mi attenni per anni a quell'indicazione di massima, crescendo con la testa di un difensore e scalando le categorie calcistiche con sulla schiena il numero 3. Era, allora, un numero completamente privo di poesia, ma alludeva a una disciplina rocciosa e imperturbabile. Corrispondeva più o meno all'idea, imperfetta, che mi ero fatto di me.
In quel calcio il difensore difendeva. Era un tipo di gioco in cui se avevi sulla schiena il numero 3 potevi giocare decine di partite senza mai passare la linea di centrocampo. Non era richiesto. Se la palla era di là, tu aspettavi di qua, e rifiatavi. La cosa ti dava una strana percezione della partita. Io, per anni, ho visto le mie squadre fare gol lontani e vagamente misteriosi: erano cose che accadevano laggiù, in una parte del campo che non conoscevo e che, ai miei occhi di terzino, replicava l'aura leggendaria di una località balneare, oltre le montagne: donne e gamberoni. Quando si faceva gol, laggiù si abbracciavano, questo me lo ricordo bene. Per anni li ho visti abbracciarsi, da lontano. Ogni tanto mi è anche successo di farmi tutto il campo per raggiungerli, e abbracciarmi anch'io, ma non funzionava tanto: arrivavi sempre un po' dopo, quando la parte proprio svergognata era già finita: ed era come ubriacarsi quando gli altri stanno già tornando a casa. Così, la maggior parte delle volte, rimanevo al mio posto: ci si scambiava un'occhiata sobria, tra difensori. Il portiere, quello era sempre un po' matto: se la cavava da solo.
Ai tempi si marcava a uomo. Questo significa che per tutta la partita giocavi appiccicato a un giocatore avversario. L'unica cosa che ti era richiesta era: annullarlo. Questo imperativo portava a intimità quasi imbarazzanti. Era un calcio semplice, per cui io, che avevo il numero 3, marcavo il loro numero 7: e i numeri 7 erano, in fondo, tutti uguali. Magretti, gambe storte, veloci, un po' anarchici, casinisti pazzeschi. Parlavano molto, litigavano con tutti, si assentavano per decine di minuti, come presi da improvvise depressioni, e poi ti fregavano come serpenti, guizzando con una vitalità improvvisa che aveva l'aria del sussulto del morente. Dopo un quarto d'ora sapevi già tutto di loro: come fintavano, quanto odiavano il centravanti, se avevano problemi al ginocchio, che mestiere facevano e che deodorante usavano (certi micidiali Rexona). Il resto era una partita a scacchi in cui lui teneva i bianchi. Lui inventava, tu distruggevi. Per quanto mi riguarda, il massimo del risultato era vederlo uscire espulso per proteste, ormai in piena crisi di nervi, coi suoi compagni che lo mandavano in mona. Mi piaceva molto quando, uscendo, annunciava, gridando, che lui in quella squadra non avrebbe giocato mai più: lì avevo il senso di un lavoro ben fatto.
Non c'erano ripartenze, non c'erano raddoppi, non si faceva il fuorigioco, non si andava sul fondo a crossare, non si faceva la diagonale. Quando prendevi palla cercavi il primo centrocampista disponibile e gliela davi: come il cuoco che passa il piatto al cameriere. Che facesse lui. Buttarla in fallo laterale andava benissimo (ti applaudivano!), e quando proprio eri in difficoltà la passavi indietro al portiere. Era tutto lì. Mi piaceva.
Poi le cose cambiarono. Iniziarono ad arrivare dei numeri 7 che non parlavano, non entravano in depressione, ma in compenso se ne stavano indietro, ad aspettare. Non mi era chiaro cosa. Forse me, mi dissi. E fu lì che passai la metà campo. Le prime volte era una cosa strana: dalla panchina tutti iniziavano ad urlarti "Torna! Copri!" però intanto tu eri già lì a respirare quell'aria frizzante, e quindi tornavi, ma come la domenica sera dal mare, di malavoglia, e ogni volta ci rimanevi un po' di più. Arrivai a vedere in faccia il portiere avversario (mai successo prima) e mi capitò perfino di ricevere palla dal nostro numero 10, un fuoriclasse fighetto che avevo sempre visto giocare da lontano: guardò proprio me e me la passò, con l'aria di un Garcìa Màrquez che mi porgeva il suo taccuino degli appunti dicendomi Tiemmelo un attimo che vado a pisciare. Erano esperienze.
Quando arrivò la zona trovai il modo di farmi abbastanza male da avere una buona ragione per smettere. Non che non mi andasse quella faccenda di capire, ogni volta, chi dovevo marcare, ma ero cresciuto con una testa diversa, antica, e tutto quel mare di possibilità e di lavori diversi da fare mi sembrava una bella cosa immaginata per altri (oggi, è esattamente quel che penso della civiltà barbara). Mi seccava giocare in linea, trovavo orrendo fare un passo avanti per mettere in fuorigioco l'attaccante, ed era fastidioso fare la diagonale per andare a spianare uno che non avevi nemmeno mai incrociato prima.
Mi mancava anche quella bella sensazione di vedere sempre, con la coda dell'occhio, dietro di me, la sagoma lenta e paterna del libero. E credo che mi mancasse molto tutto quel tempo passato addosso al numero 7, mentre la palla era lontana: si parlava, si facevano falletti intimidatori, si scattava a vuoto, come cavalli scemi. Ogni tanto lui passava a sinistra, a cercare aria: si vedeva che non era casa sua, ma lo faceva nella speranza di togliersi di dosso il suo mastino personale. Mi piacevano i suoi occhi, quando ti rivedeva lì, serafico e ineluttabile. Allora se ne tornava a destra, come quelli che han messo su una gastronomia, in centro, ma poi tanto la miseria non li mollava, e allora ritornavano al paese.
Era quel calcio lì. Non ha più smesso di mancarmi.
Perché vi infliggo le mie foto in bianco e nero? Perché se volete capire cosa ci guadagnano i barbari a eliminare Baggio, dovete capire con che cosa lo sostituiscono. Nel calcio, per chi ne capisce qualcosa, questo è inscritto molto chiaramente. Se rinunci a Baggio è perché ti sei immaginato un sistema di gioco meno bloccato, in cui la grandezza del singolo è per così dire ridistribuita su tutti, e in cui l'intensità dello spettacolo è diffusa. Nei limiti di un gioco di squadra, il vecchio calcio viveva di molti duelli personali, e di una sostanziale divisione dei compiti. Il calcio moderno sembra essersi intestardito a spezzare questa parcellizzazione di senso, creando un solo evento a cui tutti, costantemente, partecipano. Nel difensore che attacca, come nell'attaccante che copre, sale in superficie un'utopia di mondo in cui tutti fanno tutto e in qualsiasi parte del campo. Forse nulla può restituire un simile modo di pensare come la bella espressione coniata dagli olandesi negli anni settanta: il calcio totale. Se volete avvicinarvi al cuore della logica barbara, tenete stretta questa idea: calcio totale. Chi si ricorda il brivido di piacere che, ai tempi, Cruyff e compagni trasmettevano allo spettatore (come la liberazione da un calcio ottuso e bloccato), può forse incominciare a intuire qual è la libidine che motiva la furia distruttrice dei barbari. Da qualche parte, tengono in serbo il brivido di una vita totale.
Naturalmente, non ottenevi il calcio totale con gente come Burgnich, e nemmeno, spiace dirlo, con gente come Rivera o Riva. Se volevi quell'utopia, una mutazione era necessaria. Se tutti devono fare tutto, è difficile che tutti riescano a fare tutto benissimo: ed ecco la famosa tendenza alla medietà, tipica delle mutazioni barbare. La medietà è deprimente, per noi, ma non lo è per i barbari, per una ragione ben precisa, e calcisticamente verificabile: la medietà è una struttura senza spigoli in cui può passare un maggior numero di gesti. Zambrotta non difenderà bene come Burgnich, ma quante cose fa, in più? Quante possibilità in più genera all'interno di un gioco che in quanto a regole non è nemmeno cambiato un granché? Lo vedete il fattore di moltiplicazione? La regressione di una capacità genera una moltiplicazione di possibilità. Ancora uno sforzo: perché queste possibilità diventino reali, è necessaria ancora una cosa: la velocità. Per fare accadere tutto in qualsiasi parte del campo, devi correre veloce, giocare veloce, pensare veloce. La medietà è veloce. Il genio è lento. Nella medietà il sistema trova una circolazione rapida delle idee e dei gesti: nel genio, nella profondità dell'individuo più nobile, quel ritmo è spezzato. Un cervello semplice trasmette messsaggi più velocemente, un cervello complesso li rallenta. Zambrotta fa girare la palla, Baggio la fa sparire. Magari ti incanta, certo, ma è il sistema che deve vivere, non lui.
Quando i barbari pensano alla spettacolarità, pensano a un gioco veloce in cui tutti giocano simultaneamente tritando un numero di possibilità più alto possibile. Se per ottenere questo devono mettere in panchina Baggio lo fanno, e in questo è inscritto un verdetto che troveremo in tutti i villaggi saccheggiati: un sistema è vivo quando il senso è presente ovunque e in maniera dinamica: se il senso è localizzato, e immobile, il sistema muore.
Smarriti? Non preoccupatevi. Il calcio serve solo ad annusare le cose, ad averne una prima confusa intuizione. Verrà il momento di capirle meglio. Una o due puntate sulla civiltà letteraria e poi ci siamo. (D'altronde questo è un libro, cioè è Burgnich, gioca ancora lento, marca a uomo, e non fa il fuorigioco. Se volete Zambrotta, c'è tutto il resto del giornale, che gioca così).




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8 giugno 2006

I barbari (8) - Alessandro Baricco

Chissà se si riesce a parlare di calcio italiano senza citare Moggi (già fatto, quindi la risposta è no). Anche quello è un villaggio sotto l'assedio dei barbari. Nel senso che è diffusa l'impressione che anche lì si sia smarrito lo spirito vero della faccenda, il suo tratto più nobile, se vogliamo: l'anima. E' vero, o se la raccontano? Probabilmente tutt'e due. La nostalgia per il calcio di un tempo (non è mai chiaro, peraltro, quale sia 'sto tempo) è una nostalgia per cose diversissime; la partita solo alla domenica, le maglie con i numeri dall'1 all'11, senza sponsor e sempre uguali, uomini veri alla Nereo Rosso, gentiluomini come Bagoli ("questo non più un calcio per lui" è diventato il suo secondo cognome: adesso è nel ramo alberghi), giocatori senza procuratori e senza veline, allenmatori che permettevano alla classe individuale di venire fuori, stadi meno vuoti e calendari meno fitti, Coppa dei Campioni e non Champions League, la sparizione dei giocatori-bandiera (sopravvive giusto Maldini), Brera come scriveva, curve senza striscioni nazisti o falci e martelli, meno doping e più fame, meno schemi e più talento, meno soldi e più maroni. Sintetizzo, ma più o meno è così...Aggiungerei: più pulizia, morale e umana.
E' possibile che abbiano ragione (sempre attenendosi all'Italia: altrove può essere diverso). Per me l'immagine sintentica più forte è Baggio in panchina. Nel senso: quando uno sport, per un sacco di ragioni, si rigira in un modo per cui diventa sensato non far scendere in campo il suo punto più alto (il talento, l'artista, l'eccezionalità, l'irrazionale), allora qualcosa è successo. Che sport sarebbe un tennis in cui McEnroe non entra nei primi 100? Nella tristezza dei numeri dieci seduti in panca il calcio racconta una mutazione apparentemente suicida.
In genere si fa risalire una simile catastrofe a un fenomeno ben preciso: l'avvento della televisione digitale e quindi l'allargamento radicale dei mercati e quindi l'entrata in circolo di grandi quantità di denaro. In sè la cosa non è sbagliata: ma, come ho spiegato, bisognerebbe riuscire a vedere l'intero animale in movimento. Baggio in panchina è la coda che sbatte. Il calcio di Sky sono le zampe anteriori che mulinano nell'aria. Ma l'intero animale? Riuscite a vederlo? Proviamo usando quello che abbiamo imparato dal vino. Complice una precisa innovazione tecnologia, un gruppo umano sostanzialmente allineato al modello culturale imperiale, accede a un gesto che gli era precluso, lo riporta istintivamente a una spettacolarità più immediata e a un universo linguistico moderno, e ottiene così di dargli un successo commerciale stupefacente. Proviamo: con l'invenzione della televisione digitale, uno sport che era stato di pochi ricconi e della televisione di Stato, finisce nelle mani di privati che, seguendo il modello dello sport americano, ne accentuano il tratto spettacolare, lo allineano alle regole del linguaggio moderno per eccellenza, quello televisivo, e in questo modo ottengono di spalancare il mercato, e di moltiplicare i consumi. Risultato apparente: il calcio perde l'anima. Che ne dite? Mi pare che più meno regga. È una buona notizia.
Incominciamo ad avere strumenti di lettura vagamente affidabili. Incominciamo a poter mettere a fuoco, abbastanza velocemente, l'animale intero in movimento. Posso aiutarvi in questa impresa, posando per un attimo, accanto all'animale, una vecchia foto in bianco e nero?
Fedele al dettato leopardiano, la domenica sera, nelle nostre case di bambini torinesi/cattolici/borghesi, era un momento di composta tragedia. La vestizione del pigiama, anticipata alle ore del crepuscolo come a voler tagliare di netto qualsiasi discussione sul possibile prolungamento del giorno di festa, immetteva in una specie di liturgia della mestizia nella quale ci si mondava dagli eventuali divertimenti domenicali, ritrovando quella disperazione di fondo senza la quale, era convinzione sabauda, nessuna reale etica del lavoro poteva fiorire, e dunque nessun lunedì mattina era affrontabile. In questa lieta cornice, molti di noi, alle sette di sera, accendevano il televisore, perché c'era la partita. Si noti il singolare. Era effettivamente una partita sola, anzi mezza: ne trasmettevano un tempo, in registrata, prima del telegiornale. Nessuno mai era riuscito a capire con che criterio la scegliessero. Circolava però la voce che la Juve avesse un trattamento di favore. E il Toro, per dire, non c'era quasi mai. Alle volte sceglievano partite finite 0 a 0, e questo ci suggeriva l'idea di un Potere dalle logiche imperscrutabili, e dalla sapienza fuori dalla nostra portata.
Naturalmente la partita era in bianco e nero (alcuni, in un commovente balzo in avanti tecnologico, avevano uno schermo che in basso era verde e in alto, non mi è chiaro perché, viola). Le riprese erano notarili, documentaristiche, sovietiche. Il commento era impersonale e di tipo medico: ma non gli era esente un tratto di follìa che ci avrebbe segnato per sempre. Dato che la partita non era in diretta, il commentatore sapeva benissimo cosa stava succedendo, ma faceva finta di non saperlo. Forse storditi dal crescente odore di minestrina che veniva dalla cucina, noi lo lasciavamo fare, a poco a poco rimuovendo l'assurdità umiliante della situazione. Succedeva allora che d'improvviso, senza nessun avvertimento, arrivato alla fine del tempo e pressato dal telegiornale incombente, il commentatore, senza nemmeno cambiare tono di voce, mandasse in pezzi l'intero nostro sistema mentale, facendo scivolare frasi del tipo: "La partita si è poi conclusa sul 2 a 1, grazie a un goal di Anastasi marcato al 23esimo del secondo tempo". D'improvviso sapeva tutto! E usava il tempo passato per dire il futuro! Era assurdo, e mortificante: ma noi, ogni domenica, tornavamo lì davanti, a farci violentare.
Perché eravamo cervelli semplici. E quello era tutto il calcio che vedevamo in una settimana. Alle volte, alcuni fortunati beccavano qualche partita sulla televisione svizzera. Si favoleggiava di Capodistria, ma non c'era niente di sicuro. E allo stadio si andava, certo, ma quante volte? Era un mondo frugale, quanto a emozioni ed esperienze. L'animale calcio ci sembrava splendido, e forse lo era davvero. Certo però che lo si vedeva poco: e quasi sempre fermo, lontano, su una collina, bello di una bellezza quasi sacerdotale. Era il calcio con cui siamo cresciuti. Crescevamo lenti, allora.
Se vado a ripescare la mia domenica sera adolescenziale e torinese è perché mi aiuta a mettere a fuoco un'altra mossa dell'animale, una mossa che la storia del vino non mi aveva fatto riconoscere, e che invece il calcio insegna chiaramente: tendenzialmente, i barbari vanno a colpire la sacralità dei gesti che aggrediscono, sostituendola con un consumo in apparenza più laico. Direi così: smontano il totem e lo disseminano nel campo dell'esperienza, disperdendone la sacralità. Esempio tipico: la partita della domenica, che adesso è anche il lunedì, il venerdì, il giovedì, in diretta, registrata, solo le azioni importanti, dovunque.
Il rito è moltiplicato, e il sacro è diluito. (Non è lo stesso per il vino che si può bere quando vuoi senza tanto scaraffare, abbinare, degustare, e tutte quelle cerimonie lì?). Ci potremmo addirittura chiedere se quando parliamo di perdita dell'anima, non stiamo in realtà rimpiangendo soprattutto quella perduta sacralità dei gesti: ci manca il totem. Eppure siamo una civiltà abbastanza laica, e sappiamo benissimo che qualsiasi passo in avanti nella laicità rimette in movimento il mondo e libera energie formidabili. Ma ci manca il totem. Ai barbari no. Loro il sacro lo smantellano. Sarà un bel momento quando capiremo con cosa lo sostituiscono (accadrà, siate pazienti).
Per adesso, vorrei che metteste da parte questa nuova acquisizione (lo smantellamento del sacro) e mi seguiste, per una puntata ancora, nel mondo del calcio. C'è una cosa ancora da capire, lì dentro. Ha a che vedere con la spettacolarità.




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7 giugno 2006

Donna - Erri De Luca


Singolare femminile, donna, una alla volta. Mi è capitato di amarne una alla volta, ma niente meno di questo. Ho bisogno che ci sia un innesco di amore, questa fantasia di ammore con due “emme”, come si dice a Napoli, non un’attrazione fisica e basta. Donna, creatura completamente diversa. Io non ci capisco niente, ma non è importante capirsi, solo l’alleanza è importante, la possibilità di stabilire un’alleanza tra maschio e femmina. La scena gigantesca dell’imbarco degli animali sull’arca di Noé è un imbarco muto, non ci sono cuccioli, la vita è stata cancellata ancor prima di essere imbarcata, esistono solo esemplari adulti, la coppia maschio-femmina che poi ripopolerà il mondo successivo e che è l’alleanza più forte che esista, più forte di quella tra madre e figli. Due estranei più o meno coetanei che non vengono dalla stessa famiglia, che non si conoscono e che si scelgono, stabiliscono alleanza e futuro.




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2 giugno 2006

formicaio - perché la formica è saggezza (16)


“La realtà non è mai come sembra”.




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2 giugno 2006

due modi - Italo Calvino


L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.




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2 giugno 2006

I barbari (7) - Alessandro Baricco

Dice: il mondo frana e quello si occupa di vino. Esatto. E' come quando il massaggiatore ti tocca un dito del piede e ti chiede Fa male? A te fa male e quindi rispondi Sì, e pensi che ti sei rotto il dito. Problemi ai reni, dice lui.
Dal vino si impara un'ipotesi importante: quando percepiamo un'evidente perdita di anima, lì stanno lavorando, sotto la superficie di un'apparente barbarie, eventi di natura diversa che è possibile riconoscere uno ad uno. Io ci ho provato, a riconoscerli: commercializzazione spinta, linguaggio moderno, adesione al modello americano, scelta della spettacolarità, innovazione tecnologica, scontro fra potere vecchio e nuovo. Facile che si possa fare di meglio, ma adesso aprite bene le orecchie. Il punto è questo: noi, in genere, non abbiamo voglia di fare di meglio. Di solito, quando sentiamo puzza di barbari, tendiamo a collegarla con uno, al massimo due, di quegli eventi: scegliamo quello che più ci infastidisce, o quello più evidente, e ne facciamo il nostro bersaglio. (Quel vino è troppo semplice, il calcio è schiavo dei soldi, i giovani ascoltano solo musica facile e spettacolare). Beh: c'è qualcosa, in questo atteggiamento, che ci terrà sempre lontani da una comprensione vera. In realtà è probabile che nessuno di quegli eventi sia sostanzialmente isolabile dagli altri, né giudicabile in sé, né tanto meno condannabile. Sarebbe come cercare di capire il movimento di un animale studiando solo le zampe anteriori, o la coda.
E' ovvio che, una volta isolato, qualsiasi segmento del corpo risulta fragile, immotivato, e perfino ridicolo. Ma è il movimento armonico di tutto l'animale, che bisognerebbe essere capaci di vedere. Se c'è una logica, nel movimento dei barbari, è solo leggibile a uno sguardo capace di assemblarne i diversi pezzi. Altrimenti è chiacchiera da bar.
Provo a spiegarmi. Se vi infastidisce la furbesca e facile spettacolarità di un vino hollywoodiano, e vi fermate lì, la barbarie che state registrando è riassunta in una penosa contrazione di gusto e raffinatezza culturale. Da lì non si esce. Ma se voi provate a collocare quell'illogico degrado culturale all'interno di una rete di eventi, alcuni dei quali probabilmente vi troverebbero entusiasti (che so, l'innovazione tecnologica, la liberalizzazione di una tecnica altrimenti riservata a una setta, la scelta di un linguaggio non esoterico e discriminante), se provate a interpretarla come sezione parziale di un movimento più complesso e ampio, allora essa cesserà di essere un grottesco passaggio a vuoto dell'intelligenza collettiva e inizierà ad assumere un profilo diverso: facilmente, inizierete a capire che in quel preciso punto, dove sembrano essersi perse forza e cultura, passano in realtà correnti fortissime di energia, generate da eventi prossimi, che sembrano avere bisogno, per esprimersi, di quella strettoia, di quella discesa, di quella ritirata strategica. Nell'apparente indigenza di quel particolare, trova appoggio una forza più ampia che, senza quella debolezza, non starebbe in piedi. Liberi poi di giudicare che, comunque, questa nuova forma di energia, di senso, di civiltà, non è all'altezza di quella precedente: questo è assolutamente possibile. Ma in questo modo avrete almeno evitato di liquidare la locomotiva a vapore in base alla considerazione che, confrontata a una carrozza a cavalli, essa risulta un oggetto raccapricciante, volgare, puzzolente e oltretutto pericoloso. Che è vero: ma rinunciare ai cavalli, alla civiltà dei cavalli, era forse la ritirata strategica necessaria, la inevitabile perdita di anima, per ottenere lo sviluppo di un'energia che non sarebbe poi apparsa, obbiettivamente, come una barbarie. Lo sguardo che si ferma su un tratto solo dell'invasione barbarica rischia la stupidità pura e semplice.
Pensate alla musica, alla grande musica. Da Bach a Beethoven si può dire che lavorarono indefessamente a una furba semplificazione del mondo musicale che avevano ricevuto in eredità. Contrassero i suoni, le armonie, le forme. E simultaneamente accelerarono sulla via di una spettacolarità che nessuno, prima, si era mai sognata. Se ascoltate un madrigale di Monteverdi e poi, di seguito, il finale della Quinta di Beethoven, vi appare subito chiaro dove sta il bottegaio, l'incivile, il barbaro. E questo spiega come fosse possibile che, ai tempi, gente avveduta scambiasse Beethoven per un compositore da pubblico bue (ricordate l'epigrafe?). Eppure, in quella innegabile perdita di ricchezza, in quella volontaria riduzione di possibilità, in quella ritirata strategica geniale, quegli uomini trovarono la strettoia attraverso cui arrivare a un mondo nuovo, che tutto sarebbe stato tranne una perdita di anima. (Anzi, si può dire che furono loro a inventarla, l'anima: o almeno quel modello prêt à-porter che sarebbe entrato in tutte le case, e nelle vite anche più semplici). O pensate a quando, dopo secoli di madonne, deposizioni e annunciazioni, gli artisti iniziarono a dipingere scene di vita quotidiana: uno che legge una lettera, un mercato, delle oche, cose così: che vertiginoso salto in basso. Dalla madonna ai fagiani. Eppure anche lì, quale immenso flusso di energia, di forza, di anima, se volete, si sprigionò da una mossa così barbara? E quando scegliemmo l'automobile al posto dei cavalli? A stretto rigore di logica, chi ce l'ha fatto fare di abbandonare un mezzo di locomozione che si ricaricava mentre tu dormivi, provocava scarichi che concimavano la terra, quando fischiavi correva da te e, meraviglia!, quando era vecchio provvedeva da sé a generare un modello nuovo, senza significative spese aggiuntive. (D'accordo, questo esempio è un po' stiracchiato, ma gli altri due no, quelli valgono).
Erano mosse apparentemente suicide. Ma erano il movimento di una zampa, o la flessione della schiena, o l'angolo di uno sguardo: intorno c'era l'animale, ed aveva un piano, ed era l'animale, l'unico, che sarebbe sopravvissuto. Magari mi sbaglio, ma secondo me bisogna guardare l'animale, tutto, e in movimento. Allora qualcosa si potrà capire. Bisogna concedere ai barbari la chance di essere un animale, con una sua compiutezza e un suo senso, e non pezzi del nostro corpo colpiti da una malattia. Bisogna fare lo sforzo di supporre, alle loro spalle, una logica non suicida, un movimento lucido, e un sogno vero. E questa è la ragione per cui non basta deprecare la pinna (effettivamente inutile in un quadrupede), ma è necessario capire che essa forma un'unità organica con le branchie, le squame, quel modo di respirare, quel modo di vivere. Il braccio che è diventato pinna, forse non è un cancro, ma l'inizio di un pesce.
Va be', fine della predica. Ma era una cosa che ci tenevo a dire.
(7-continua)




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1 giugno 2006

I barbari (6) - Alessandro Baricco

Certo "barbari" è una parola un po' forte per definire i consumatori di vino hollywoodiano, ma, come dicevamo, un certo svilimento del vino c'è, nella loro scelta: e il loro moltiplicarsi in progressione geometrica fa pensare a un effettivo svuotamento di una cultura raffinata e complessa. L'avvento di una forma di (elegante) barbarie. Ora. Quel che mi piace nel saccheggio di questo villaggio periferico è che è relativamente piccolo e quindi è più facile studiare come siano andate, effettivamente, le cose. Così si scopre, ad esempio, che una certa perdita dell'anima è, qui, il risultato di una serie di piccoli ma significativi movimenti di truppe, per così dire. E' una sorte di evento che si compone di innumerevoli sottoeventi simultanei. Provo a descrivere quelli che riesco a scorgere io.
Il primo è forse quello più facile da vedere. Il calo della qualità ha coinciso con un aumento della quantità. Da quando c'è in circolazione un vino semplice e spettacolare, ci sono in giro molte più persone che bevono vino. In questo caso, come in molti altri, la perdita dell'anima sembra essere il prezzo da pagare per espandere un business altrimenti in difficoltà. Semplice: commercializzazione spinta uguale perdita dell'anima. E' un punto importante: lì trova fondamento uno dei grandi luoghi comuni che da sempre covano sotto la superficie della paura dei barbari: il pensiero che loro siano l'avidità contrapposta alla cultura; la certezza che si muovano per un'ipertrofica, quasi immorale, avidità di guadagno, di vendite, di profitti. (Vale forse la pena di ricordare che è stato questo uno dei punti su cui, storicamente, è fiorito l'odio razziale europeo per gli ebrei: si immaginavano una guerra sotterranea in cui una cultura alta e nobile era costretta a lottare con il cinismo avido di un popolo a cui interessava solo l'accumulo di denaro). E' un punto importante anche per un'altra ragione: nasce da lì una deduzione logica infondata, ma comprensibile e molto diffusa: se una cosa vende molto, vale poco. L'adesione irrazionale a un principio del genere è probabilmente uno dei peccati capitali di ogni grande civiltà nella propria fase di decadenza. Ci torneremo, perché è un argomento interessante, per quanto delicato. Ma per intanto mettiamo da parte questo indizio suggerito dalla storia del vino: l'anima si perde quando si punta a una commercializzazione spinta.
Altro movimento: l'innovazione tecnologica. Suonerà assurdo, ma niente di tutto quello che ho raccontato sarebbe probabilmente successo senza l'invenzione dell'aria condizionata. Spiego. Perché adesso fanno vino (hollywoodiano) in Cile, Australia, California e posti anche più assurdi, mentre una volta lo facevano solo francesi e italiani? Di solito si tende a pensare che la terra posseduta da francesi e italiani fosse l'unica adatta alla coltivazione dei vitigni giusti: il resto era sapere artigianale sommatosi nel tempo. Da qui l'idea di un'aristocrazia del vino, ben piantata sul privilegio delle sue preziosissime terre. Ma questo è, per lo più, un mito. In realtà, terra per coltivare chardonnay, cabernet sauvignon o merlot ce n'è a bizzeffe e in molte regioni del globo. E allora cosa li fermava? In parte la sudditanza al mito, sicuramente. La stessa ragione per cui sembra impossibile allevare bufale altrimenti che in Campania, e quindi niente mozzarella hollywoodiana. Ma in parte era invece una questione tecnica. Il punto delicato, nella fabbricazione del vino, è quello della fermentazione. L'uva può anche maturare bene a temperature molto alte, ma la fermentazione, se provi a farla in un caldo bestiale, o in una temperatura che sale e scende, si trasforma in un casino. E fare un vino come si deve diventa impossibile. Ma se hai l'aria condizionata? Allora sì, lo puoi fare. Fermentazione controllata, si chiama. La temperatura la decidi tu: che ti frega se sei in mezzo al deserto?
Così quella che sembrava un'arte riservata a un'aristocrazia terriera di antico lignaggio europeo diventa una pratica a disposizione di molti: su terre molto meno care: con artisti che non vengono da generazioni di maestri: con inventori che non hanno tabù. Facile che ti nasca un vino hollywoodiano. Riassumendo il microevento: c'è una rivoluzione tecnologica che d'improvviso rompe i privilegi della casta che deteneva il primato dell'arte. Memorizzate e mettete da parte.
Altro evento. Il successo del vino hollywoodiano nasce anche da una rivoluzione linguistica. Fino a venti anni fa a parlare di vino, a giudicarlo, erano per lo più inglesi, o tutt'al più europei. Erano pochissimi, autorevolissimi, e scrivevano in un modo talmente raffinato e sapienziale che a capirli erano davvero in pochi. Una casta di critici sublimi. Poi venne Robert M. Parker. Parker è un americano che si è messo a scrivere di vini con un linguaggio semplice e diretto. Tra le altre cose ha iniziato a dire apertamente una cosa che in realtà molti pensavano, e cioè che tanti vini francesi, idolatrati, in realtà erano imbevibili, o giù da lì. Troppo complessi, macchinosi, inaccessibili. Più colti che buoni, diciamo. Questione di gusti, si potrebbe dire: ma lui ufficializzava un tipo di gusto che non era solo suo, era comune a milioni di persone, nel mondo, soprattutto quelle che non avevano una grande cultura enologica: americani in testa. La cosa importante, comunque, è che le cose che aveva da dire le disse in un'altra lingua, che c'entrava poco coi sublimi critici europei. La sua piccola rivoluzione è sintetizzata in questo orrore: si mise a dare i voti ai vini. Adesso la cosa vi parrà normale, ma quando lui iniziò a farlo non lo era affatto: credereste a un critico letterario che dà i voti ai grandi classici della letteratura? Flaubert 8; Céline 9 e mezzo; Proust 6 (troppo lungo). Non ha il sapore di una barbarie? E tale dovette sembrare all'aristocrazia del vino europea. Ma il fatto è che in quel modo la gente finalmente iniziava a poter capire. Si orientava. Lui dava (dà) voti dal 50 al 100. C'è gente che ancora oggi entra in una enoteca e chiede "un 95, grazie". Per dire. Era una nuova lingua: per certi versi avvilente, ma funzionava. Con quella lingua Parker ha contribuito significativamente a imporre a livello planetario l'amore per il vino hollywoodiano: non in malafede, gli piaceva davvero, e lo disse: in un modo che la gente poteva capire. In certo modo, lo stesso vino hollywoodiano si è allineato a questa semplificazione linguistica, capendo che lì c'era una porta aperta da attraversare. Per cui ad esempio i vini hollywoodiani hanno un nome facilmente memorizzabile, e non richiedono, per come sono fatti, una particolare attenzione all'annata. Vi sembrerà poco, ma prima di Parker dovevate entrare in un'enoteca e chiedere un Barolo, specificare il nome del produttore, aggiungere il nome di un podere particolare, e concludere in bellezza specificando l'anno: roba che dovevi prepararti a casa, prima di uscire. Dopo Parker, se proprio non siete così grezzi da chiedere un 95, tutto quello che avete da fare è dire un nome. La Segreta, grazie (è un esempio, non una pubblicità). Non c'è molto altro. Non siate così snob da non capire che è una piccola rivoluzione enorme: se si potessero chiedere in quel modo i libri, quanta gente di più entrerebbe nelle librerie e comprerebbe libri? (infatti se si tratta giusto di dire "Codice da Vinci", lo fa). Dunque, nuovo indizio: i barbari usano una lingua nuova. Tendenzialmente più semplice. Chiamiamola: moderna.
Altro indizio. Il vino hollywoodiano è semplice e spettacolare. Alcuni critici lo liquidano con una parola orribile ma efficace: piacione. Quasi sempre si sottolinea come si tratti di un vino colpevolmente facile. Spesso si allude pesantemente alla manipolazione che ci deve essere dietro: è un vino "spinto", dicono. Provo ad articolare in un modo più elegante: dispiace, in quel vino, il fatto che cerchi la via più breve e veloce per il piacere, anche a costo di perdere per strada pezzi importanti del gesto del bere. Usando termini romantici, e quindi pienamente nostri: è come se si sostituisse all'idea di bellezza quella di spettacolarità; è come se si privilegiasse la tecnica all'ispirazione, l'effetto alla verità. Il punto è importante proprio per il tipo di evidenza che assume in una cultura ancora fortemente romantica come la nostra: quel vino nega uno dei principi dell'estetica che ci è propria: l'idea che per raggiungere l'alta nobiltà del valore vero si debba passare per un tortuoso cammino se non di sofferenza quanto meno di pazienza e apprendimento. I barbari non hanno questa idea. Nel suo piccolo, dunque, il caso del vino hollywoodiano ci fa vedere un altro microevento, tutt'altro che insignificante: la spettacolarità diventa un valore. Il valore.
Ne ho ancora un paio, di eventi. Resistete. L'imperialismo. Si potrebbe parlare di globalizzazione, ma in questo caso mi sembra più preciso "imperialismo". Il vino hollywoodiano si è imposto nel mondo anche per la ragione ovvia che è di matrice americana. Puoi inventarti tutte le ragioni raffinate che vuoi, ma alla fine, se vuoi capire come mai oggi nello Yemen bevono vino hollywoodiano, e in Sudafrica producono vino hollywoodiano e perfino nelle Langhe lo fanno, la risposta più semplice è: perché la cultura americana è la cultura dell'impero. E l'impero è ovunque, anche nelle Langhe. Può sembrare uno slogan irrazionale, ma diventa molto pratico se pensi a tutte le catene di alberghi americane, e a ogni singolo loro ristorante, in ogni parte del mondo, e vedi la loro carta dei vini, e quando la apri ci trovi quasi soltanto vino hollywoodiano. E' così, senza cattiveria, ma con mezzi formidabili, che si può anche arrivare a suggerire (imporre?) un certo gusto a tutto il mondo. Se la farinata l'avessero inventata in Nebraska, facilmente adesso la mangerebbero anche nello Yemen. Dunque non sottovalutiamo anche questo indizio: nelle parole d'ordine dei barbari risuona il morbido diktat dell'impero.
Ancora uno, poi basta. Pensate al produttore di vino francese, ricchissimo, con un nome celeberrimo, inchiodato sull'ordine perfetto delle sue preziosissime terre, seduto su una miniera d'oro, forte di un'aristocrazia conferitagli da almeno quattro generazioni di formidabili artisti. E adesso inquadrate il produttore di vino hollywoodiano, con il suo nome qualsiasi, seduto sulla sua terra cilena qualunque, figlio, se va bene, di un importatore di vini e nipote di uno che faceva tutt'altro, dunque privo di quarti nobiliari. Metteteli uno di fronte all'altro: non percepite il caro vecchio puzzo di rivoluzione? Se poi guardate dentro ai numeri del consumo, e provate a tradurli in persone vere, in reali umani che bevono, quello che vedete è: da una parte un'aristocrazia del vino che più o meno è rimasta intatta, continua a scaraffare preziosi liquami raffinatissimi che commenta con un gergo da iniziati, orientandosi nella giungla delle annate con passo sicuro e fascinoso; e, accanto a lei, una gran massa di homines novi che probabilmente non avevano mai bevuto vino e adesso lo fanno. Non riescono a scaraffare senza sentirsi ridicoli, commentano il vino con le stesse parole che usano per parlare di un film o di macchine e nel frigo hanno molte meno birre di prima. Voglio dire: è anche una questione di lotta di classe, come si diceva una volta, e dato che non siamo più a una volta, direi: è una competizione tra un potere consolidato e degli outsider ambiziosi. Pensate al parvenu americano che cerca di comprare la collina nel bordolese, tempio del vino pregiato, e vedrete chiarissima l'immagine di un assalto al palazzo. E allora ecco l'ultimo microevento che, sotto la superficie di un'apparente perdita dell'anima, il mondo del vino ci suggerisce di registrare: là sotto, quello che avviene è anche che una certa massa di persone invada un territorio a cui, fino ad allora, non aveva accesso: e quando prendono posto non si accontentano delle ultime file: spesso, anzi, cambiano il film, e mettono su quello che piace a loro.
Ecco. E' il momento di riassumere e di tirare le reti della piccola pesca. Studiando la circoscritta invasione barbarica che ha colpito il villaggio del vino, uno può arrivare a disegnare la mappa di una battaglia: eccola qui: complice una precisa innovazione tecnologica, un gruppo umano sostanzialmente allineato al modello culturale imperiale, accede a un gesto che gli era precluso, lo riporta istintivamente a una spettacolarità più immediata e a un universo linguistico moderno, e ottiene così di dargli un successo commerciale stupefacente. Quel che gli assaliti percepiscono, di tutto ciò, è soprattutto il tratto che sale in superficie, e che, ai loro occhi, è il più evidente da registrare: un apparente smottamento del valore complessivo di quel gesto. Una perdita di anima. E dunque un accenno di barbarie.
L'ho detto: è solo un'ipotesi. E, ciò che è più importante: non è un'ipotesi che aiuta a capire i barbari ma soltanto a capire la loro tecnica d'invasione: come si muovono, non chi sono e perché sono così (che è, questa sì, la domanda affascinante). A me sembra comunque un passaggio necessario per arrivare, prima o poi, a capire: una stazione intermedia. Capisci come combattono e magari capirai chi sono. Se vi piace, potete giocarci un po', con questa ipotesi. Provate a pensare a un esempio di mutazione, di invasione barbarica che vi sta a cuore e cercateci dentro la mappa della battaglia. Chissà se ci troverete tutti gli indizi che ho annotato. O magari altri. Non so. Ma ho ragione di pensare che comunque sarà un modo di formulare meglio il problema, e di andare un po' al di là della lamentela snob o della chiacchiera da bar. Io, da parte mia, ho intenzione di fare il giochetto con altri due villaggi saccheggiati che mi divertono: il calcio e i libri.
Nelle prossime puntate.




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31 maggio 2006

allora potrai


Non metterti in barca!
Domani il vento sarà calato;
allora potrai andare,
e io non sarò preoccupato per te.




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28 maggio 2006

J’ai besoin de la lune - Manu Chao


J’ai besoin de la lune
pour lui parler la nuit.
J’ai besoin du soleil
pour me chauffer la vie.
J’ai besoin de la mer
pour regarder au loin.
J’ai tant besoin de toi
tout à coté de moi.
J’ai besoin de la lune
Pour voir venir le jour
tant besoin du soleil
pour l’appeler la nuit
J’ai besoin de la mer
Tout a coté de moi
J’ai tant besoin de toi
pour me sauver la vie …
j’ai besoin de mon père
pour savoir d’ou je viens,
TANT besoin de ma mère
pour montrer le chemin.
J’ai besoin du metro
pour aller boire un verre
tant besoin d’oublier
tant besoin de prières
J’ai besoin de la lune
pour lui parler la nuit.
J’ai besoin de la lune
pour lui parler la nuit.
Tant besoin du soleil
pour me chauffer la vie.
J’ai besoin de la mer
pour regarder au loin
J ai tant besoin de toi
tout a cote de moi…
J’ai besoin de la terre
pour connaître l’enfer
tant besoin d’un ptit coin
pour pisser le matin
j ai tant besoin d’amour
tant besoin tout les jours
J ai tant besoin de toi
tout a cote de moi
j ai tant revé d’un jour
de marché sous la lune
j ai tant reve d’un soir
au soleil de tes nuits
j’ai tant reve d’une vie
a dormir ce matin
J’ai besoin de la lune
pour lui parler la nuit
pas besoin de la mort
pour rire à mon destin
J’ai besoin de la lune
pour lui parler la nuit
pas besoin de la mort
pour rire à mon destin.




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26 maggio 2006

I barbari (5) - Alessandro Baricco

Allora questa volta possiamo iniziare davvero.
Arrivano da tutte le parti, i barbari. E un po' questo ci confonde, perché non riusciamo a tenere in pugno l'unità della faccenda, un'immagine coerente dell'invasione nella sua globalità. Ci si mette a discutere delle grandi librerie, dei fast-food, dei reality show, della politica in televisione, dei ragazzini che non leggono, e di un sacco di cose del genere, ma quello che non riusciamo a fare è guardare dall'alto, e scorgere la figura che gli innumerevoli villaggi saccheggiati disegnano sulla superficie del mondo. Vediamo i saccheggi, ma non riusciamo a vedere l'invasione. E quindi a comprenderla.
Credetemi: è dall'alto, che bisognerebbe guardare.
E' dall'alto che forse si può riconoscere la mutazione genetica, cioè le mosse profonde che poi creano, in superficie, i guasti che conosciamo. Io cercherò di farlo provando a isolare alcune mosse che mi sembra siano comuni a molti degli atti barbarici che rileviamo in questi tempi. Mosse che alludono a una precisa logica, per quanto difficile da capire, e a una chiara strategia, per quanto inedita. Vorrei studiare i saccheggi non tanto per spiegare com'è andata e cosa si può fare per ritirarsi in piedi, quanto per arrivare a leggerci dentro il modo di pensare dei barbari. E vorrei studiare i mutanti con le branchie per vedere, riflessa in loro, l'acqua che sognano e che stanno cercando.
E allora ecco la prima mossa che vorrei isolare e comprendere. Si chiama:
Perdere l'anima.
Devo avere già detto che sembra il titolo di una canzone. Ma non è importante. E' per capirsi.
Ha anche un sottotitolo:
Impara a respirare con le branchie Google!
Voilà. Si inizia.
Partiamo da un'impressione assai diffusa, magari superficiale, ma legittima: ci sono oggi molti gesti, per anni appartenuti alle consuetudini più alte dell'umanità, che, lungi dall'agonizzare, si moltiplicano con sorprendente vitalità: il problema è che in questo fertile rigenerarsi, sembrano smarrire il tratto più profondo che avevano, la ricchezza a cui erano in passato arrivati, forse perfino la loro più intima ragione d'essere. Si direbbe che vivano a prescindere dal loro senso: che avevano, e ben definito, ma che sembra essere diventato inutile. Una perdita di senso.
Non hanno anima, i mutanti. Non ce l'hanno i barbari. Così si dice. Così testimonia lo sceriffo di Cormack McCarthy, pensando al suo killer. "Cosa si dice a uno che per sua stessa ammissione non ha l'anima?"
Vogliamo provare a studiare la faccenda più da vicino? E a capire cosa vuol dire, esattamente, perdere l'anima? Ho scelto tre ambiti particolari dove questo fenomeno sembra essersi manifestato negli ultimi anni: il vino, il calcio e i libri. Mi rendo conto che, soprattutto nei primi due casi, non ci troviamo di fronte a gesti nevralgici della nostra civiltà: ma appunto questo mi attrae: studiare i barbari nel loro saccheggio di villaggi periferici, non nel loro assalto alla capitale. E' possibile che lì, dove la battaglia è più semplice, circoscritta, sia più facile intuire la strategia dell'invasione, e le mosse fondative della mutazione.

* * *
Iniziamo dal vino, allora. Lo so che chi sa di vino (non nel senso di puzzare) troverà cose che già conosce, e chi invece non beve si chiederà perché mai interessarsi a una cosa di cui non gli frega niente. Ma vi chiedo lo stesso di ascoltare.
Ecco la storia. Per anni il vino è stata un'abitudine di alcuni, pochi paesi: era un bevanda con cui ci si dissetava e con cui ci si alimentava. Uso diffusissimo e statistiche di consumo agghiaccianti. Producevano fiumi di vinello da tavola e poi, per passione e cultura, si lasciavano andare all'arte vera e propria: e allora tiravano fuori i grandi vini. Lo facevano, quasi esclusivamente, francesi e italiani. Nel resto del mondo, è bene ricordarlo, bevevano altro: birra, superalcoolici e cose anche più strane. Del vino non ne sapevano niente.
Ecco cosa successe dopo la seconda guerra mondiale. Gli americani tornati dai campi di battaglia francesi e italiani si portarono a casa (oltre a un sacco di altre cose) il piacere e il ricordo del vino. Era qualcosa che li aveva colpiti. Noi iniziammo a masticare chewingum (come diavolo si scrive?) e loro iniziarono a bere vino. Cioè, gli sarebbe piaciuto berlo. Ma dove lo trovavano?
Detto fatto. Qualche pazzo americano si mise in testa di provare a farlo. E qui inzia la parte interessante della storia. Se volete un anno, un nome e un posto, eccoli qui: 1966, Oakville, California. Il signor Mondavi decide di fare il vino per gli americani. Nel suo genere, era un genio. Partì con l'idea di copiare i migliori vini francesi. Ma non gli sfuggì che andavano un po' adattati al pubblico americano: da quelle parti l'artista e il funzionario del marketing sono la stessa persona. Era un pioniere, non aveva quattro generazioni di artisti del vino alle spalle, e faceva vino dove nessuno aveva mai pensato di fare altro che pesche e fragole. Insomma, non aveva tabù. E fece, con una certa mestria, quello che voleva.
Sapeva che il pubblico americano era (quanto ai vini) profondamente ignorante. Erano aspiranti lettori che non avevano mai aperto un libro. Sapeva anche che era gente che mangiava spesso in maniera molto rudimentale, e che non avrebbe avuto la pressante necessità di trovare il bouquet giusto da abbinare a un confit de canard. Se li immaginò con il loro bel cheeseburger e una bottiglia di Barbaresco e capì che non poteva funzionare. Capì che se volevano avere del vino era per berlo prima di mangiare, come un drink, e capì che se l'alternativa era un superalcoolico il vino non avrebbe dovuto deluderli: e se l'alternativa era una birra, il vino non avrebbe dovuto spaventarli. Era un americano e così sapeva, con lo stesso istinto che altri misero a frutto a Hollywood, che quel vino doveva essere semplice e spettacolare. Un'emozione per chiunque. Sapeva tutte queste cose e, evidentemente, aveva un qualche talento: voleva quel vino e lo fece.
Gli andò talmente bene che quella sua certa idea di vino è diventata un modello. Non ha un nome, così, per capirsi, gliene do uno io. Vino hollywoodiano. Ecco alcune sue caratteristiche: colore bellissimo, gradazione abbastanza spinta (se uno viene dal superalcoolico, del dolcetto non sa cosa farsene), gusto rotondo, molto semplice, senza spigoli (senza tannini fastidiosi né acidità difficili da domare); al primo sorso c'è già tutto: dà una sensazione di ricchezza immediata, di pienezza di gusto e profumo; quando l'hai bevuto, la scia dura poco, gli effetti si spengono; interferisce poco con il cibo, ed è pienamente apprezzabile anche solo risvegliando le papille gustative con qualche stupido snack da bar; è fatto per lo più con uve che si possono coltivare quasi ovunque: Chardonnay, Merlot, Cabernet Sauvignon. Dato che è manipolato senza troppi timori reverenziali, ha una personalità piuttosto costante, rispetto alla quale la differenza delle annante diventa quasi trascurabile. Voilà.
Con questa idea di vino, il signor Mondavi e i suoi adepti hanno ottenuto un risultato singolare: gli Stati Uniti oggi consumano più vino che l'Europa. In trent'anni hano quintuplicato le loro bevute di vino (si spera abbiano ridotto quelle di wiskey). E questo è niente: il fatto è che il vino hollywoodiano non è rimasto un fenomeno americano ma, proprio come Hollywood, è diventato un fenomeno planetario: non si erano mai sognato di farlo, ma adesso bevono vino anche , per dire, in Cambogia, Egitto, Messico, Yemen, e posti anche più assurdi. Che vino bevono? Quello hollywoodiano. Neanche Francia e Italia, le due patrie del vino, ne sono uscite indenni: non solo bevono in gran quantità il vino hollywoodiano, ma si sono messi a produrlo.
Si sono adattati, hanno corretto due o tre cose, e l'hanno fatto. Anche molto bene, bisogna dire. Adesso nelle enoteche di una città italiana è facile trovare l'italiano che beve il suo vino hollywodiano fatto in Sicilia, prima di cena, mangiando due patatine e salatini piccanti. E' già qualcosa che non lo beva direttamente a canna, guardando alla tivù l'ultima partita di baseball.
I barbari!
Se andate da un vecchio maestro del vino, uno di quei francesi o italiani che sono cresciuti in famiglie in cui l'acqua a tavola non c'era, e che vivono sulla stessa collina in cui da tre generazioni la loro famiglia va a dormire nell'odore di mosto, e che conosce la propria terra e le proprie uve meglio del contenuto delle proprie mutande; se andate da un maestro in cui vive una sapienza secolare e una intimità assoluta col gesto di fare il vino; se andate da lui e gli fate bere un bicchiere di vino hollywoodiano (magari quello prodotto da lui stesso) e gli chiedete cosa ne pensa, ecco la sua risposta: bah. Alle volte articolano un po' di più, ma insomma bisogna interpretare un po'.
Interpreto così: non gli interessa, è una cosa divertente ma di nessuna importanza, ci ammirano la furbizia, magari, ma scuotono la testa pensando a quelli che se lo berranno, e non sanno cosa si perdono. Poi vanno di là a rifarsi la bocca con un Barolo d'annata. E come far salire Schumacher su un go kart, come far ascoltare Let it be a Glenn Gould, come chiedere a De Gasperi un parere sull'Udc, come chiedere a Luciano Berio cosa gli sembra di Philipp Glass. Magari non lo dicono, ma lo pensano: simpatici, questi barbari.
Si potrebbe pensare che sia la solita arroganza dei vecchi potenti, una banale sindrome da après moi le deluge. Ma il vino è una cosa reltivamente semplice, non è la musica o la letteratura, per cui potete fare la prova, potete bere e verificare, se avete un minimo di consuetudine con quel gesto. Prendete un barbaresco di alto livello e bevete: facilmente sentirete una serie di sensazioni se non sgradevoli, almeno faticose.
Facilmente vi verrà da cercare la sponda di un qualche cibo proprio per ammortizzare quelle sensazioni. Al sorso dopo sarà già tutto cambiato (c'avete messo di mezzo, che so, un arrosto). E simultaneamente il primo sorso sta ancora lavorando e voi capite che gustare il vino è un faccenda che non riguarda tanto il primo sorso, o gli istanti in cui lo bevete, ma tutto il tempo dopo, la storia che il vino vi racconta dopo. Per tutta la cena fate un viaggio tra sensazioni che cambiano e vi impegnano, in qualche modo, e vi ricompensano, ma con misura e con uno strano, sofisticato, sadismo. Quando vi alzate, vi spiegano che quello era un Barbaresco di una certa annata e di un certo podere: una delle tante possibilità. E le altre possibilità sono altri mondi, altre scoperte, altri viaggi. Roba da rimanerci intrappolati e risvegliarsi tempo dopo con venti chili di più e una insidiosa propensione alle vacanze enogastronomiche.
Se poi tornate al vino hollywoodiano, ne scegliete uno (magari esagero, ma sono talmente simili che potete scegliere quasi a caso) e tranquilli ve ne sorseggiate un bicchiere, seduti davanti a un'enoteca piacevole, capirete molte cose. Vi piacerà, sarete felici di stare lì, e, se non siete raffinati e colti bevitori, avrete perfino l'impressione di aver trovato il vino che avevate sempre cercato. Ma è indubbio che è un'altra cosa. Go kart, se capite cosa voglio dire. E ve lo dice uno che piuttosto di fare una vacanza enogastronomica si spara un villaggio vacanze alle Canarie (esagero: diciamo che si spara IN un villaggio vacanze alle Canarie: pum).
Vino senz'anima. Nel suo piccolo, il microcosmo del vino descrive l'avvento, a livello planetario, di una prassi che, salvando il gesto, sembra (ho detto sembra) disperderne il senso, la profondità, la complessità, l'originaria ricchezza, la nobiltà, perfino la storia. Una mutazione molto simile a quelle che cercavamo. Vogliamo provare a studiarla un po' più in profondità? Si imparano un sacco di cose, avendo la pazienza di farlo.
(5-continua)




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21 maggio 2006

Tristano muore - Antonio Tabucchi


...Rosamunda Rosamunda che magnifica serata sembra proprio preparata da una fata delicata mille luci mille voci mille cuori strafelici sono tutti in allegria oh ma che felicità Rosamunda se mi guardi tu Rosamunda non resisto più... Ti piace?... era dei miei tempi, quando Rosamunda guardava Tristano e più che lo guardava e più che lei gli piaceva... Rosamunda se mi guardi tu Rosamunda non resisto più... Rosamunda tutto il mio amore è per te Rosa-munda più ti guardo e più mi piaci Rosa-mu-u-u-u-undà... Cuori strafelici e tutti in allegria non mi pare ce ne fosse un granché a quei tempi, in montagna faceva un freddo, anzi un gelo, fuori e dentro, poi te lo spiego, mettiti comodo, tanto ce ne avrai per un po', ma non troppo, non ti allarmare, non più di un mesetto, a occhio e croce, vedrai, prima che finisca l'agosto mi ritiro, hai fatto buon viaggio?.., non è facile trovare la strada giusta fra questi colli, mi sono raccomandato alla Frau che ti spiegasse bene, ti aspettavo prima, ma sono sicuro che lei ha fatto di tutto per confonderti, non è che non parli l'italiano, lo parla meglio di me, sta qui da una vita, ma quando non le va di fare una cosa comincia a intedescare, è dispettosa. Fatti dare l'appartamento di Daphne, dille che te l'ho detto io.
...Sai, a conti fatti, della vita è più quello che non si ricorda di quello che si ricorda... Si è affacciata la Frau, nessuna traccia nella corrente dove una volta nuotasti con una donna, dice, e ha richiuso la porta. Non so se era la poesia della domenica o una sentenza... la Frau è sentenziosa, quando ha da fare. Ma cosa avrà mai da fare, non c'è più niente da fare in questa casa, e poi oggi non è mica domenica, vero?... Ci vorrebbe una memoria d'elefante, ma noi uomini non ce l'abbiamo, forse un giorno la inventeranno elettronica, chissà, una scheda piccola come un'unghia che ci infileranno nel cervello, dove è registrata tutta la nostra vita... A proposito di elefanti, fra tutti i riti funebri che le creature di questo mondo hanno escogitato, ho sempre ammirato quello degli elefanti, hanno una strana maniera di morire, la conosci? Quando un elefante sente che è arrivata la sua ora si allontana dal branco, ma non va da solo, sceglie un compagno che vada con lui, e partono. Cominciano a camminare nella savana, spesso al trotto, dipende dall'urgenza del moribondo... e vanno e vanno, magari per chilometri e chilometri, finché il moribondo non decide che quello è il posto per morire, e fa un paio di giri tracciando un cerchio, perché sa che è arrivato il momento di morire, la morte se la porta dentro ma ha bisogno di collocarla nello spazio, come se si trattasse di un appuntamento, come se desiderasse guardare la morte in faccia, fuori da lui, e le dicesse buongiorno signora morte, sono arrivato... il suo è un circolo immaginario, naturalmente, ma gli serve per geografizzare la morte, se posso dire così... e in quel cerchio ci può entrare solo lui, perché la morte è un fatto privato, molto privato, e non ci può entrare nessuno oltre a chi sta morendo... e a quel punto dice al compagno di lasciarlo, addio e tante grazie, e quello ritorna al branco... Da giovane ho letto Pascal, a quel tempo mi piaceva, specie per il suo giansenismo, era tutto così bianco e nero, così distinguibile, capirai, allora la vita era in bianco e nero, in montagna, bisognava fare scelte precise, o di qua o di là, o bianco o nero, poi la vita si incarica di portare il chiaroscuro... Però di Pascal mi è sempre piaciuta quella sua definizione, una sfera il cui centro è dappertutto e la circonferenza in nessun luogo, mi fa pensare agli elefanti... E questo in qualche modo c'entra con quello che ti ho chiamato a fare... come ti dicevo ti ci vorrà un po' di pazienza, perché per la mia ora c'è ancora un po' di tempo, però è per questo che sei accorso subito a trottare con me, per fare compagnia al moribondo... Il mio cerchio lo so solo io, so quando arriverà il momento, è vero che è l'ora che ci sceglie ma è vero anche che si deve essere d'accordo che lei ti scelga, è una decisione che prende lei ma che in fondo devi prendere anche tu, come se fosse una tua scelta alla quale ti stai solo arrendendo... Per ora trottiamo insieme, apparentemente in avanti, anche se in realtà andiamo all'indietro, perché io sono un elefante che ti ha chiamato per andare all'indietro, ma vado indietro per arrivare al mio cerchio, che è avanti. Tu intanto ascolta e scrivi, quando sarà arrivato il momento di salutarci te lo dico io.

Ti devo confessare una cosa... dopo che ti avevo chiamato mi sono pentito di averti chiamato. Non so bene perché, forse perché non credo nella scrittura, la scrittura falsa tutto, voi scrittori siete dei falsari, O forse perché la vita uno deve portarsela nella tomba. Intendo la vera vita, quella che si vive dentro. Da lasciare agli altri basta la vita che si vive di fuori, è già così evidente, impositiva. E invece ho voglia di scrivere, cioè... parlare... scrivere per interposta persona, chi scrive sei tu, però sono io. Strano, no?

... Vorrei cercare di cominciare dal principio, ammesso che il principio esista, perché... dove comincia la storia di una vita, voglio dire, come fai a scegliere? La si può far cominciare con un fatto, è vero, e io devo scegliere un fatto, soprattutto un fatto che interessi quella vita di me che sei venuto a scrivere. Perciò sceglierò un fatto. Ma un fatto comincia con un fatto? Scusami, sono confuso, non so spiegarmi bene... voglio dire, uno fa una cosa, e quella cosa che fa determina il corso della sua vita, ma quell'azione che compie è difficile che nasca come per miracolo, era già dentro di lui, e chissà come era cominciata... Magari un ricordo d'infanzia, un volto visto per caso, un sogno fatto tanto tempo prima e che credevi di avere dimenticato, ed ecco che un giorno avviene il fatto, ma l'origine... vai a sapere... Tristano parlava di Schubert quel giorno a Plaka, era inverno, e sulla piazza spettrale una fila di persone con una ciotola in mano aspettava la minestra koinè, sai cos‘è?, era una brodaglia che quella specie di governo che c'era a quel tempo dava ai cittadini greci affinché non crepassero di fame, un'acquaccia calda dove nuotavano pezzi di patate e di cavolo... variazioni, disse Antheos, che però Tristano chiamava Marios, perché gli ricordava un amico della periferia di Torino, uguale spiccicato a lui, un suo caro amico che si era nascosto in un granaio fin dal trentanove con la sua compagna, una donna eccezionale, aveva detto preferisco di no e aveva cominciato una sua resistenza in anticipo, voglio dire prima che la Resistenza cominciasse davvero, ma questo il tuo romanzo non lo sapeva... A volte se penso a quello che credevi di sapere mi viene da sorridere, ma a parte questo il tuo libro mi è piaciuto, davvero, è la più bella testimonianza su quel periodo eroico, l'unico periodo eroico che abbiamo avuto, del resto... Testimonianza per modo di dire, perché tu non potevi esserci, ma è come se tu ci fossi stato, testimone di un clima, di una scelta, di una posizione etica... però ci hai messo anche i fatti, l'otto settembre, la Repubblica di Salò con il suo riproporsi con proterva arroganza come arbitro delle sorti italiane e il rifiuto della definizione di guerra civile, che è una presa di posizione forte, oggigiorno, forse un po' azzardata, lo sai meglio di me che in quegli anni si sparava sui nemici e sugli amici, ma questo ha un'importanza relativa, quello che mi è piaciuto del tuo romanzo è la ferratissima indagine sulla natura dell'eroismo, della fedeltà, dell'infedeltà, del piacere e dei sentimenti... Se tu fossi meno paziente, dopo la maniera sgarbata con cui ti ho accolto, te ne saresti già andato, avresti mandato tutto a quel paese, questo impegno che hai preso e il libro che scriverai al mio posto, molleresti tutto e mi diresti quello che mi merito... E invece non ti sposti di un millimetro, sei un bel tipo, scrittore, non so se sei un pavido o se hai più coraggio di me, e per questo mi sopporti... Mi pare di sentire il ronzio di un moscone, lo senti anche tu?, c'è un ronzio in questa stanza, un enorme ronzio, sarà la musica delle sfere?, ma l'universo non fa questo ronzio, questo stridore sgradevole lo fanno gli scrittori il cui pennino graffia la pagina, e tu la pagina non la graffi, sei di quelli che la ammansiscono come i domatori del circo fanno con le fiere... la musica delle sfere di cui ti parlo è una grande musica, la suonano certi angeli che hanno immaginato i pittori della mia Toscana, e non ha una partitura fissa, perché sono sempre variazioni... variazioni, rispose quel giorno a Tristano quel soldato greco magro e smunto che stava seduto davanti a lui al tavolino di quel caffè di Plaka, mentre sopra di loro incombeva l'apocalisse... Variazioni, disse, per ora mi limito a introdurre variazioni, vede, la musica è già stata tutta suonata, a noi poveri cristi non resta che introdurre variazioni, per esempio pensi all'Impromptu opera 142 per pianoforte di Schubert, l'ha presente?, io penso che abbia una malinconia che stringe l'anima come in un assedio, dà l'idea di questa vostra occupazione, di questo assedio che la mia patria sta subendo, c'è qualcosa di ossessivo in quella musica, quel tema forse ossessionava anche Schubert, appare anche nella musica d'accompagnamento per quel pezzo che intitolò Rosamunde. E allora Tristano fece un gesto stanco verso il Partenone, come a significare che anche gli dèi erano calpestati dagli stivali dell'invasore... e a quel punto dal fondo della piazza sbucò un ragazzo che reggeva una vecchia bicicletta per il manubrio, era un ragazzino magro, poco più di un bambino, infagottato in un cappottone militare che strusciava per terra, con uno spago portava appesa al collo la sua gamella di alluminio, vide i tedeschi che sorvegliavano la gente in fila e cominciò a fischiare l'aria di una canzone, era la canzone di quelli che si erano dati alla macchia, con un ritornello lento e grave che il ragazzo fischiando rendeva quasi allegro, come una marcetta... un tedesco gli andò incontro e gli puntò il mitra, ma il ragazzino non si fermò, avanzava spavaldo, come se facesse un gioco, con un aria canzonatoria sul viso.., tutti guardavano, sapevano cosa stava per succedere, ma nessuno si mosse, nessuno fece un gesto, come se tutti fossero presi in un incantesimo, il rumore metallico del caricatore sembrò quello di un sasso sul selciato, il soldato sparò e il ragazzino si afflosciò per terra con la bicicletta addosso... e allora una vecchia uscì dalla fila, fece un passo e la sua voce forò il silenzio ghiacciato di Plaka e gridò un'ingiuria, Tristano la riconobbe, era una maledizione antica che prevedeva una maledizione eterna, i tedeschi lungo il portico la sentirono e non la riconobbero dalle parole, la riconobbero dal timbro, il soldato prese la mira e sparò ancora, il corpo della donna si accasciò sui selciato, una figura vestita di nero che sbatteva le braccia nell'agonia, e Tristano come per un dono divino, anzi, come per un dono d'ordinanza, perché aveva il moschetto d'ordinanza, puntò il tedesco al petto e lo fece secco... e come per incanto Plaka si animò, e dal nulla sbucarono uomini, perché un inatteso servo di scena come Tristano aveva deciso che era il momento che entrassero in azione le furie vendicatrici della tragedia greca, lui non si aspettava che una rivolta potesse scoppiare per un gesto fatto d'istinto, senza pensare alle conseguenze, ma fu come se gli ingranaggi si fossero messi in moto da soli, con la morte la vita aveva ripreso, e tutto andava ormai a una velocità incontrollabile, perché la vita è così, e la storia gli va dietro, ci hai mai pensato, scrittore?...




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20 maggio 2006

Tentando di salvare Piggy Sneed - John Irving



Mia nonna, Helen Bates Winslow, morì a Exeter, nel New Hampshire, pochi giorni prima del suo centesimo compleanno, e non molto dopo la pubblicazione di questo testo, che si intitola Cercare di salvare Piggy Sneed, ed è una storia autobiografica anche se, per favore, ricordatevi che (come sa bene ogni romanziere con una certa immaginazione) tutte le autobiografie sono false. La memoria di uno scrittore è particolarmente imperfetta nel fornire i dettagli; possiamo sempre immaginare un dettaglio migliore di quello che ricordiamo. Il particolare corretto è di rado esattamente quello che è accaduto in realtà; il particolare più veritiero è quello che sarebbe potuto (o dovuto) accadere. Metà della mia vita è un atto di revisione, e oltre la metà di quell'atto è recitato con minime variazioni. La vita dello scrittore è un faticoso matrimonio tra un'accurata osservazione e un'immaginazione, altrettanto accurata, delle verità che non abbiamo potuto vedere coi nostri occhi. Tutto il resto è l'inevitabile, continuo sfacchinare sul linguaggio; per me, questo significa scrivere e riscrivere le frasi finché suonano spontanee come in una buona conversazione.

Tenendo questo in mente, penso di essere diventato uno scrittore a causa delle buone maniere che mi ha insegnato mia nonna e, più specificamente, a causa di un raccoglitore di rifiuti ritardato che lei trattò sempre con garbo e gentilezza.
Vissi a casa di mia nonna fin quasi ai sette anni; per questo motivo, lei mi ha sempre chiamato "il suo ragazzo". In effetti, non aveva figli maschi, ma tre figlie. Ora, ogni volta che la saluto dopo una visita, sappiamo entrambi che potrebbe essere l'ultima, e mi dice sempre: "Torna presto, tesoro. Tu sei il mio ragazzo, lo sai" sottolineando, più che giustamente, che per me lei è stata più di una nonna.
Nonostante la laurea in letteratura inglese, mia nonna non ha mai letto i miei libri con molto entusiasmo; a dire la verità, lesse il mio primo romanzo e poi smise per sempre. Disapprovava sia il linguaggio che l'argomento, mi confessò; in base agli articoli che lesse sugli altri miei libri, venne a sapere che, mano a mano che maturavo, il linguaggio e l'argomento erano ulteriormente degenerati. Non si sforzò nemmeno di leggere i romanzi che seguirono il primo (siamo entrambi d'accordo che sia meglio così). È molto fiera di me, dice. Non ho mai indagato troppo a fondo per stabilire di cosa sia orgogliosa di me, forse perché ero cresciuto, o forse perché ero semplicemente "il suo ragazzo", ma certamente non mi ha mai fatto sentire poco interessante e poco amato.
Sono cresciuto in Front Street a Exeter, nel New Hampshire. Quand'ero ragazzo, Front Street era un viale di olmi; non fu la grafiosi degli olmi a ucciderli, per la maggior parte. I due uragani che si abbatterono uno dopo l'altro negli anni Cinquanta spazzarono via gli olmi e, stranamente, resero la strada più moderna. Prima arrivò Carol e indebolì le radici; poi toccò a Edna buttarli giù tutti. Mia nonna aveva l'abitudine di scherzare sull'argomento: sperava - diceva - che l'esperienza avrebbe contribuito a instillarmi un certo rispetto nei confronti delle donne.
Quand'ero ragazzo, Front Street era una strada buia e fredda, persino in estate, e non c'erano ancora gli steccati a dividere i cortili; i cani di tutti scorrazzavano liberi, e finivano nei guai. C'era un uomo chiamato Poggio che portava la spesa a mia nonna. C'era un uomo chiamato Strout che consegnava i blocchi di ghiaccio per la ghiacciaia (mia nonna resistette ai frigoriferi fino all'ultimo). Il signor Strout non era molto popolare fra i cani della zona, forse perché li rincorreva brandendo le tenaglie per il ghiaccio. Noi ragazzi di Front Street non davamo mai noia al signor Poggio, perché ci lasciava gironzolare per il suo negozio, e perché ci regalava le caramelle. E non scocciavamo nemmeno il signor Strout (a causa delle tenaglie e della sua fantastica aggressività verso i cani, che non facevamo fatica a immaginare rivolta contro di noi). Ma il raccoglitore di rifiuti non rappresentava niente di speciale, niente caramelle e niente aggressività, così noi bambini riservavamo a lui la nostra capacità di sfottere e deridere (e quindi di provocare guai).
Si chiamava Piggy Sneed. Puzzava più di ogni altra persona che abbia mai annusato, con la possibile eccezione di un cadavere di cui ho sentito il tanfo una volta, a Istanbul. E, per noi bambini di Front Street, bisognava davvero essere morti per avere un aspetto peggiore di Piggy Sneed. Avevamo un sacco di ragioni per chiamarlo "Piggy", e ora mi domando perché nessuno di noi abbia pensato a qualcosa di più originale. Tanto per cominciare, viveva in una fattoria dove allevavano maiali, macellava maiali, soprattutto viveva con i suoi maiali. Era solo un allevamento di maiali, a dir la verità, non c'era nessuna fattoria, solo il porcile. Un tubo entrava in uno dei box della stalla. Quel box era riscaldato da una stufa a legna per il comfort di Piggy Sneed e, immaginavamo noi bambini, in inverno i suoi maiali si raggruppavano intorno a lui per scaldarsi. Di sicuro puzzava come se lo facessero.
Inoltre Piggy, per la singolarità del suo ritardo mentale e per la vicinanza con i suoi amici animali, aveva assunto alcune espressioni e gesti decisamente porcini. Sporgeva in avanti il viso quando si avvicinava ai bidoni dell'immondizia, come se scavasse affamato sottoterra alla ricerca di radici; socchiudeva gli occhi, piccoli e arrossati; contraeva il naso con il vigore degno di un muso animalesco; aveva profonde grinze di pelle rosa sulla nuca e le pallide setole che gli spuntavano a casaccio sulla mascella sembravano tutto tranne che una normale barba. Era basso, tozzo e forzuto - sollevava i bidoni dei rifiuti sulla schiena e ne scagliava il contenuto sul cassone di legno del camion. Sul camion, ben lieti di ricevere i rifiuti, c'erano sempre alcuni maiali. Forse, a seconda dei giorni, si portava dietro maiali diversi; forse per loro era una festa, poiché non erano costretti ad aspettare che Piggy Sneed tornasse a casa per mangiare l'immondizia. Lui raccoglieva solo la normale spazzatura, niente carta, plastica o metallo, e lo faceva solo per i suoi maiali. Era tutto quello che faceva; era estremamente specializzato. Era pagato per raccogliere i rifiuti, che dava da mangiare ai suoi maiali. Quando era lui ad aver fame (immaginavamo noi), si mangiava un maiale. "Un maiale intero, tutto in una volta" eravamo soliti dire in Front Street. Ma il particolare più porcelloso era che non sapeva parlare. Il suo ritardo l'aveva privato della capacità di esprimersi con un linguaggio umano, oppure gli aveva precluso la possibilità stessa di impararlo. Piggy Sneed non parlava. Grugniva. Squittiva. Faceva oink, ecco come si esprimeva; aveva appreso quel linguaggio dai suoi amici, esattamente come noi impariamo il nostro.
Noi bambini di Front Street sbucavamo all'improvviso quando faceva piovere i rifiuti sui suoi maiali - lo coglievamo di sorpresa nascosti dietro le siepi, sotto i portici, dietro le automobili parcheggiate, dai garage e dalle murature delle cantine. Lo coglievamo alla sprovvista (senza mai avvicinarci troppo) e lo chiamavamo squittendo: "Piggy! Piggy! Piggy! Piggy! OINK! WEEEE!". E, come un maiale - nel panico, sobbalzando a destra e sinistra, spaventato (faceva così ogni volta, come se non avesse la memoria) - Piggy Sneed squittiva di rimando, come se l'avessimo infilzato con un coltello da macellaio; urlava OINK! come se ci avesse sorpresi a ferirlo a morte durante il sonno.
Non riesco a imitare quel suono; era orribile, noi bambini di Front Street urlavamo e correvamo a nasconderci ogni volta che lo faceva. Quando il terrore passava, non vedevamo l'ora che lui tornasse. Passava due volte la settimana. Che lusso! E più o meno ogni settimana mia nonna lo pagava. Usciva sul retro, dove parcheggiava il camion - e dove spesso lo prendevamo di sorpresa, lasciandolo a sbuffare - e gli diceva: "Buongiorno, signor Sneed!".
Piggy Sneed assumeva all'istante un'aria da bambino - fintamente occupato, dolorosamente timido e tormentosamente goffo. Una volta si nascose il viso fra le mani, ma le mani erano ricoperte da fondi di caffè; un'altra volta, nel tentativo di distogliere lo sguardo da mia nonna, accavallò le gambe così rapidamente che perse l'equilibrio e cadde ai suoi piedi.
"È un piacere vederla, signor Sneed" diceva mia nonna, senza fare la minima piega per la puzza tremenda. "Spero che i bambini non siano stati maleducati con lei" continuava. "Non deve permettere loro di trattarla male, sa" aggiungeva. Quindi lo pagava, sbirciando attraverso le assi di legno del cassone del camion, dove i maiali stavano attaccando con ferocia i rifiuti - e a volte anche aggredendosi tra loro - e diceva: "Ma che maiali meravigliosi! Sono suoi, signor Sneed? Sono nuovi o sono gli stessi della settimana scorsa?". Ma nonostante il suo entusiasmo per i maiali, non le riuscì mai di indurlo a rispondere. Piggy le girava intorno, incespicando sui suoi passi e barcollando, a malapena capace di nascondere la sua gioia: cioè che mia nonna apprezzava i suoi maiali, e che sembrava apprezzare (con tutto il cuore!) persino lui. Così, grugniva gentilmente.
Appena lei rientrava in casa, ovviamente - quando Piggy Sneed faceva marcia indietro con il suo camion sul vialetto d'accesso - noi bambini di Front Street lo sorprendevamo di nuovo, sbucando da entrambi i lati del camion e provocando squittii d'allarme in Piggy e nei suoi maiali, che sbuffavano con rabbia protettiva.
"Piggy! Piggy! Piggy! Piggy! OINK! WEEEE!"
Viveva a Stratham, in una strada che dalla nostra città conduceva all'oceano, una dozzina di chilometri più in là. Insieme ai miei genitori, lasciai la casa di mia nonna poco prima di compiere sette anni, come ho già detto. Mio padre faceva l'insegnante, così ci trasferimmo negli appartamenti del campus - Exeter era una scuola solo maschile allora - e l'immondizia, di tutti i tipi, veniva raccolta dal personale della scuola.

Ora, mi piacerebbe dire che crescendo ho capito (con rimorso) quanto possono essere crudeli i bambini, e che faccio parte di un'organizzazione che si prende cura di persone come Piggy Sneed. Ma non è così. Il codice delle piccole cittadine è semplice ma avvolgente: se vengono tollerate molte forme di pazzia, molte forme di crudeltà sono ignorate. Piggy Sneed era tollerato; continuò a essere se stesso e a vivere come un maiale. Era tollerato come lo è un animale innocuo; i bambini lo assecondavano, persino lo incoraggiavano a comportarsi come un maiale. Certo, noi ragazzi di Front Street, crescendo, ci rendemmo conto che Piggy era ritardato - e gradualmente scoprimmo che alzava un po' il gomito. Il camion con le assi di legno che puzzava di maiale, di rifiuti, di qualcosa di peggio dei rifiuti, sfrecciava a tutta birra nella città negli anni in cui vi crebbi. Aveva il permesso, aveva lo spazio per traboccare - sulla via di Stratham. Quello sì che era un paesino, Stratham! C'è forse qualcosa di più provinciale, nelle piccole cittadine, della tendenza a deridere i paesi ancora più piccoli? Stratham non era certo Exeter (non che Exeter fosse granché).
Quando avevo quindici anni, e iniziai a frequentare il mondo accademico - c'erano studenti da fuori, da New York, persino dalla California - mi sentivo così superiore nei confronti di Stratham che, oggi, mi sorprendo di avere aderito alla locale brigata dei pompieri, lo Stratham Volunteer Fire Department; anche se non ricordo come ci entrai. Mi sembra che non esistesse un corpo simile a Exeter; c'erano solo pompieri professionisti, immagino. C'erano parecchi cittadini di Exeter - magari alla ricerca di qualcosa per cui offrirsi volontari? - che facevano parte della brigata di Stratham. Forse, il nostro disprezzo per gli abitanti di Stratham era talmente radicato da convincerci che non sapessero nemmeno spegnere i loro incendi da soli.
C'era anche un brivido innegabile, nel mezzo della rigida routine di un liceo privato, a far parte di una squadra a cui venivano richiesti servizi immediati senza il minimo preavviso: quel campanello d'allarme nel cuore, che può essere uno squillo del telefono a notte fonda - la chiamata del pericolo, come il cercapersone di un medico che sconvolge la disciplinata solitudine e la sicurezza di un campo da squash. Noi ragazzi di Front Street ci sentivamo importanti; inoltre, anche se eravamo solo leggermente più adulti, quell'incarico ci forniva uno status che solo i disastri riescono a creare nei giovani.
Nei miei anni da pompiere, non ho mai salvato nessuno - nemmeno un cucciolo in difficoltà. Non ho mai respirato fumo tossico, mai una bruciatura, non ho mai visto nessun poveraccio lanciarsi sul telo e mancare il bersaglio. Gli incendi dei boschi sono i peggiori, e me ne toccò uno solo, in posizione periferica. La mia sola ferita "in azione" me la procurò un compagno di brigata che lanciò il manicotto di una pompa nel magazzino dove stavo cercando il mio cappello da baseball. La pompa mi colpì in pieno viso, facendomi sanguinare il naso per circa tre minuti.
A volte c'erano incendi di una certa importanza a Hampton Beach (una notte un sassofonista disoccupato, che stando ai rapporti indossava uno smoking rosa, cercò di appiccare fuoco al casinò), ma nelle grandi occasioni noi eravamo sempre chiamati per ultimi. Quando c'era un incendio di livello otto, o dieci, la brigata di Stratham era l'ultima a essere avvisata, sembrava più un invito ad assistere allo spettacolo che non a intervenire per domare le fiamme. E gli incendi locali nella zona di Stratham erano falsi allarmi o cause perse. Una sera, il signor Skully, che leggeva i contatori, diede fuoco alla sua station wagon versando della vodka nel carburatore - perché, come spiegò, l'auto non partiva. Un'altra sera, la stalla dei Grant si incendiò, ma tutte le vacche - e la maggior parte del fieno - erano già stati tratti in salvo prima del nostro arrivo. Non ci fu nient'altro da fare se non lasciare che le fiamme divorassero la stalla, quindi spegnere i resti per evitare che la cenere rovente raggiungesse la fattoria accanto.
Ma gli scarponi, l'elmetto pesante (con il tuo numero scritto sopra), l'impermeabile nero lucente - e l'accetta di ordinanza! - erano motivo di grande gioia, perché rappresentavano un tipo di responsabilità da adulti in un mondo dove eravamo considerati ancora troppo giovani per farci un bicchiere. E una notte, avevo sedici anni, ero su un'autopompa sulla strada costiera, volando per raggiungere un incendio scoppiato in una casa sulla spiaggia affittata per le vacanze (scoprimmo che l'incendio era il risultato di un tagliaerba fatto esplodere da alcuni bambini con il liquido per il barbecue), quando ecco che davanti a noi - procedendo a zig-zag sul suo camion puzzolente, un ostacolo alla nostra importanza, ignaro della responsabilità civica (o di qualsiasi altra, se è per questo) come uno dei suoi maiali - Piggy Sneed, ubriaco al volante, stava tornando a casa con i rifiuti per i suoi amici affamati.
Lo avvisammo con i lampeggianti e la sirena; oggi mi domando che cosa pensava di avere alle costole. Dio, quel mostro dagli occhi fiammanti che urlava alle spalle di Piggy Sneed, il possente robot-maiale venuto dallo spazio profondo! Il povero Piggy Sneed, ormai vicino a casa, talmente ubriaco e malridotto da sembrare solo vagamente umano, sterzò fuori strada per lasciarci passare, e mentre lo sorpassavamo - noi ragazzi di Front Street - ricordo distintamente come lo chiamammo: "Piggy! Piggy! Piggy! Piggy! OINK! WEEE!" credo di sentire ancora la mia voce.
Ci aggrappammo all'autopompa, con le teste rivolte all'indietro e i rami degli alberi ai lati della strada che sembravano velare il cielo stellato con un pizzo nero e mobile; il tanfo dei maiali lasciò il posto all'odore vivo e pungente del tagliaerba sabotato, che alla fine cedette alla pulita brezza salmastra che proveniva dall'oceano.
Al buio, sulla strada del ritorno dietro il porcile, notammo con sorpresa il confortevole alone della lampada a cherosene nella stalla di Piggy Sneed. Era tornato a casa sano e salvo. Ci chiedemmo se fosse rimasto alzato a leggere e, ancora una volta, sentii i nostri grugniti, i nostri oink, il nostro linguaggio animale che usavamo per comunicare con lui.

La notte che la stalla dei maiali andò a fuoco fu una vera sorpresa.
I volontari di Stratham erano abituati a considerare la dimora di Piggy Sneed come una rovina necessaria, puzzolente, lungo la strada tra Exeter e la spiaggia - un nauseabondo punto di riferimento nelle calde sere d'estate; ogni volta che ci passavamo davanti partiva il coro di versi obbligatori. Durante l'inverno, il fumo della stufa saliva regolarmente dal tubo sopra la stalla di Piggy, e dai recinti all'aperto, spostandosi freneticamente nel pantano di neve e sterco, i suoi maiali respiravano emettendo piccoli sbuffi come se fossero stufette di carne. Un colpo di sirena li faceva correre via terrorizzati. Di notte, tornando a casa, dopo avere estinto ogni eventuale incendio, non riuscivamo a resistere all'impulso di far partire la sirena quando eravamo dalle parti della stalla di Piggy Sneed. Era troppo divertente pensare al danno che avrebbe provocato quel suono: il panico tra i maiali e lo stesso Piggy, che si raggruppavano squittendo affannati per cercare protezione nel gruppo.
La notte in cui la stalla di Piggy Sneed bruciò, noi ragazzi di Front Street immaginammo uno spettacolo spassoso, anche se in qualche modo da ritardati. Lungo la strada costiera, con i lampeggianti in funzione e la sirena al massimo - facendo impazzire tutti quei maiali - eravamo su di giri, continuavamo a fare battute sui maiali: pensavamo a come fosse scoppiato l'incendio, probabilmente stavano facendo una festa, Piggy e i suoi maiali, e lui ne stava cucinando uno (sullo spiedo) mentre ballava con un altro, poi qualche altro porcello era finito all'indietro contro la stufa e si era bruciato la coda, rovesciando il bar, e la scrofa con cui Piggy danzava quasi tutte le sere era di cattivo umore perché ora Piggy non ballava più con lei… ma poi arrivammo, e fu subito chiaro che non si trattava di uno scherzo; non era neanche la fine di una festa degenerata. Era il più grosso incendio che noi ragazzi di Front Street, e anche i veterani di Stratham, avessimo mai visto.
Sembrava che le stalle dei maiali, basse e confinanti, fossero bruciate del tutto, le tettoie di stagno si erano sciolte. Non c'era niente che non potesse bruciare: c'erano la legna per la stufa, il fieno, diciotto maiali e Piggy Sneed. E c'era tutto quel cherosene. Inoltre, c'era anche uno strato di mezzo metro di letame. Come disse uno dei veterani di Stratham: "Scaldala abbastanza, e brucia anche la merda".
E si era scaldata abbastanza. Fummo costretti a spostare le autopompe sulla strada, avevamo paura che la vernice fresca o le nuove gomme si ricoprissero di bolle per il calore. "Non ha senso sprecare l'acqua" disse il capitano. La spruzzammo sugli alberi lungo la strada, sul bosco dietro l'allevamento di maiali. Quella notte faceva un freddo pungente, non c'era un alito di vento, la neve era così secca e fine che sembrava borotalco. Gli alberi erano carichi di ghiaccioli, che si spezzarono appena furono colpiti dal getto d'acqua. Il capitano decise di lasciare che il fuoco si estinguesse da solo; così ci sarebbe stata meno confusione. Per aggiungere un po' di dramma, potrei dire che sentimmo le urla degli animali, o le viscere dei maiali che si gonfiavano prima di esplodere - e prima ancora i loro zoccoli che martellavano contro le porte della stalla. Ma quando arrivammo, questi suoni erano già svaniti, erano storia passata, e potevamo solo immaginarli.
Questa è una lezione per gli scrittori: imparare che i suoni che immaginiamo possono essere i più forti e chiari di tutti. Quando arrivammo, anche le gomme del camion di Piggy erano bruciate, il serbatoio era esploso e il parabrezza collassato verso l'interno. Visto che non avevamo assistito a questi eventi, potevamo solo immaginare l'ordine in cui si erano svolti. Se ti avvicinavi troppo alla stalla, il calore ti arricciava le ciglia - sembrava che il liquido sotto le palpebre fosse incandescente. Se invece stavi troppo lontano, il freddo dell'aria notturna risucchiata verso le fiamme ti tagliava come una lama. La strada costiera era ricoperta di ghiaccio, a causa delle perdite dai nostri serbatoi d'acqua e, intorno a mezzanotte, un uomo con il simbolo della Texaco sul berretto e un parka chiese soccorso perché era uscito di strada. Era ubriaco e in compagnia di una donna che sembrava fin troppo giovane per lui, o forse era sua figlia. "Piggy!" chiamò l'uomo della Texaco a gran voce. "Piggy!" urlò rivolto alle fiamme. "Se sei là dentro, Piggy, razza di deficiente, esci di corsa!"
Fino alle due di notte, l'unico altro suono era stato l'occasionale zang del tetto di stagno che si contorceva nel fuoco, staccandosi dalla stalla. Alle due circa, il tetto sprofondò, con un suono che sembrava un sussurro. Alle tre non c'era più nessuna parete in piedi. Tutto intorno, la neve sciolta aveva creato un laghetto che sembrava innalzarsi su ogni lato dell'incendio, fin quasi a raggiungere il livello dei resti ancora ardenti. Mano a mano che la neve si scioglieva sotto le fiamme, anche il fuoco andava spegnendosi gradualmente.
E che odore avvertimmo? L'odore affumicato dei cortili d'estate, lo sgradevole contrasto della cenere nella neve, il caldo e insistente fetore del letame, e immaginammo di sentire profumo di bacon e di maiale arrosto. Dal momento che non c'era vento, e non stavamo cercando di domare le fiamme, non aspirammo il fumo tossico. Gli adulti (cioè i veterani) ci lasciarono a controllare la zona fino a un'ora prima dell'alba. Ecco quello che fanno gli adulti quando dividono un lavoro con i ragazzi: fanno quello vogliono, e lasciano i ragazzi a occuparsi di quello che a loro non va di fare. Infatti, sparirono tutti a cercare del caffè, così dissero, ma al loro ritorno puzzavano di birra. A quel punto, le fiamme erano diminuite abbastanza perché il fuoco potesse essere spento. I veterani iniziarono la procedura e, quando si stancarono, fecero continuare noi. Alle prime luci del giorno, i veterani sparirono di nuovo - questa volta per la colazione, dissero. Nella luce dell'alba riconobbi alcuni dei miei compagni, i ragazzi di Front Street.
Fu uno di loro che cominciò, prima molto piano, appena gli adulti se ne furono andati. Potevo anche essere io, se è per questo. "Piggy, Piggy" chiamò qualcuno. Una delle ragioni per cui sono uno scrittore è che simpatizzavo con il nostro bisogno di comportarci così; non mi sono mai interessato a ciò che i non scrittori definiscono buono o cattivo "gusto".
"Piggy! Piggy! Piggy! Piggy! OINK! WEEE!" chiamammo all'unisono. Fu allora che compresi che la commedia era solo un'altra forma di cordoglio. E allora cominciai. La mia prima storia. "Merda" dissi, perché tutti i volontari di Stratham iniziavano ogni frase con la parola "merda".
"Merda," dissi "Piggy Sneed non è là dentro. Sarà pazzo" aggiunsi, "ma nessuno è tanto stupido."
"Ma c'è il suo camion" notò uno dei meno creativi dei ragazzi di Front Street.
"Non ne poteva più dei maiali" dissi. "Se n'è andato, ne sono certo. Non ne poteva più di tutto. Probabilmente aveva pianificato tutto, da settimane."
Come per miracolo, avevo la loro attenzione. Lo ammetto, era stata una lunga notte. Chiunque, con qualsiasi argomento, avrebbe potuto catturare l'attenzione dei volontari di Stratham. Ma io avevo percepito il brivido del salvataggio: il mio primo salvataggio.
"Scommetto che non c'è neanche un maiale, là dentro" continuai. "Scommetto che ne ha mangiati la metà nel giro di pochi giorni. Sapete, si è fatto una bella scorpacciata! Poi ha venduto gli altri. Stava mettendo via i risparmi, giusto per questa occasione."
"Quale occasione?" domandò uno scettico. "Se Piggy non è là dentro, dove diavolo è?" "È stato in giro tutta la notte" aggiunse un altro. "È morto congelato."
"È in Florida" dissi. "In pensione." Lo dissi in modo semplice, come per constatare un dato di fatto. "Guardatevi intorno" gridai ai miei compagni. "Dove li ha spesi i suoi quattrini? Ne ha risparmiati un bel po', poi ha appiccato il fuoco a casa sua solo per renderci la vita difficile. Pensate a quello che gli abbiamo fatto noi" dissi, e vidi che tutti ci pensarono; se non altro, quello era vero. Una piccola verità non fa mai male a una storia. "Bene" conclusi, "ci ha ripagato con la stessa moneta, è chiaro. Ci ha tenuti in piedi tutta la notte."
Quest'ultima osservazione diede parecchio da pensare ai ragazzi di Front Street, e in quel momento di riflessione cominciai il mio primo atto di revisione; cercai di rendere migliore la storia, più credibile. Era essenziale salvare Piggy Sneed, certo, ma cosa avrebbe potuto fare in Florida un uomo che non sapeva parlare? Immaginai che laggiù avessero regolamenti comunali più severi di quelli del New Hampshire, soprattutto riguardo ai maiali.
"Sapete," dissi "scommetto che sa parlare, l'ha sempre saputo fare. Probabilmente è europeo" decisi. "Voglio dire, che razza di cognome è Sneed? Inoltre, è comparso qui per la prima volta durante la guerra, o no? In ogni caso, qualunque sia la lingua che parla, scommetto che lo fa piuttosto bene. Non ha mai imparato la nostra. In qualche modo, il linguaggio dei maiali era più semplice, forse più amichevole" aggiunsi, pensando a noi tutti. "E ora ha risparmiato abbastanza per tornare a casa. Ecco dov'è!" esclamai. "Non in Florida… è tornato in Europa!"
"E bravo Piggy" applaudì qualcuno.
"Europa, attenta" disse un altro.
Con un po' d'invidia, ci immaginammo come Piggy Sneed se l'era svignata, com'era riuscito a fuggire dalla solitudine straziante (e dalle fantasie) da cittadina di provincia che minacciava tutti noi. Quando gli adulti tornarono, fui subito messo di fronte al dubbio generale del pubblico nei riguardi delle opere di fantasia.
"Irving crede che Piggy Sneed sia in Europa" riferì uno dei ragazzi di Front Street al capitano. "È arrivato qui in tempo di guerra, non è così, signore?" domandai al capitano, che mi guardava come se fossi io il primo corpo da recuperare nel fuoco.
"Piggy Sneed è nato qui, Irving" rispose il capitano. "Sua madre era una mezza scema, è stata investita da un'automobile che viaggiava in contromano. Piggy è nato in Water Street" disse il capitano. Conoscevo perfettamente Water Street, sbucava direttamente in Front Street, abbastanza vicino a casa mia.
Quindi, pensai, Piggy era in Florida, dopo tutto. In ogni storia, devi far succedere la cosa migliore che può capitare (o la peggiore, se quello è lo scopo), ma bisogna comunque che sembri vera.
Quando i tizzoni furono abbastanza freddi per camminarci sopra, i veterani si misero a cercarlo; il ritrovamento era un lavoro da uomini, più interessante dell'attesa, che invece toccava ai ragazzi.
Dopo un po', il capitano mi chiamò. "Irving," disse "visto che sei convinto che Piggy Sneed sia in Europa, non ti dispiacerà portare fuori di qui qualunque cosa sia questa."
Richiese poco sforzo, rimuovere il tizzone rattrappito che una volta era stato un uomo; gettai dell'acqua su una cerata e vi trascinai sopra il corpo, straordinariamente leggero, armeggiando con un uncino. Trovammo anche i suoi maiali, tutti e diciotto. Ma, ancora oggi, riesco a vedere più nitidamente Piggy in Florida che in quella sagoma carbonizzata, assurdamente minuta, che estrassi dalle ceneri.
A mia nonna raccontai la sacrosanta verità, i fatti noiosi. "Piggy Sneed è morto nell'incendio di ieri notte, Nana" le dissi.
"Povero signor Sneed" disse lei. Con grande meraviglia e compassione, aggiunse: "Chissà quali orribili circostanze l'hanno costretto a vivere come un selvaggio!"
Più tardi, compresi che il compito dello scrittore è sia immaginare il possibile salvataggio di Piggy Sneed sia appiccare il fuoco che l'ha intrappolato. Fu molto più tardi - ma prima che mia nonna fosse trasferita all'ospizio, quando ancora si ricordava chi fosse Piggy Sneed - che mia nonna mi chiese: "Perché, in nome del cielo, sei diventato uno scrittore?"
Io ero "il suo ragazzo", come vi ho detto, e lei era sinceramente preoccupata per me. Così le raccontai tutto di quella notte, di come avevo immaginato che se solo avessi inventato una buona storia - se avessi costruito qualcosa di sufficientemente veritiero - avrei potuto (in un certo modo) salvare Piggy Sneed. Almeno salvarlo per un altro incendio, di mia totale invenzione.
Be', mia nonna era una yankee genuina. Le risposte stravaganti, soprattutto se di natura estetica, non facevano per lei. Il suo defunto marito - mio nonno - lavorava nel ramo calzature; produceva cose di cui la gente aveva un bisogno pratico: protezione per i piedi. Eppure, insistetti con mia nonna che la sua gentilezza nei confronti di Piggy Sneed non era passata inosservata e questo, combinato con la disperata condizione umana di Piggy Sneed e con la notte dell'incendio, mi aveva introdotto al potenziale fantastico della mia immaginazione… e via dicendo. Mia nonna mi interruppe bruscamente.
Con pietà più che con irritazione, mi diede qualche colpetto sulla mano, scuotendo la testa: "Johnny, tesoro" disse. "Avresti potuto risparmiarti un sacco di scocciature, se solo avessi trattato il signor Sneed con un po' di decenza e umanità quand'era vivo."
Visto che non l'avevo fatto, compresi che il mestiere di uno scrittore è appiccare il fuoco a Piggy Sneed, e cercare di salvarlo - in continuazione; per sempre.




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19 maggio 2006

I barbari (4) - Alessandro Baricco

Ormai l'ho promesso, quindi mi tocca darvi da leggere la pagina di Walter Benjamin dedicata a Mickey Mouse. Non aspettatevi un granché. Intanto è una pagina di diario, quindi erano appunti che prendeva per se stesso, giusto per non dimenticare niente. E poi per un cervello come quello di Benjamin, Disney doveva essere molto più difficile, da capire, che, poniamo, un Goethe. Mi viene in mente quello che diceva Glenn Gould, per giustificare il fatto di non amare il rock: "Non riesco a capire le cose troppo semplici". Erano cervelli fatti così.
Resta comunque il fatto che Benjamin avrebbe benissimo potuto risparmiarsi una riflessione su Topolino, eppure la fece, e questa è, come dicevo, una lezione: e quel che scrisse, una specie di reperto feticistico. Lo riporto qui, integralmente.
Da una conversazione con Gustav Glück e Kurt Weill. Relazioni di proprietà nei cartoni animati di Mickey Mouse: lì, per la prima volta, capiamo che è possibile essere derubati del proprio braccio, e perfino del proprio corpo.

Il percorso di Mickey Mouse è più simile a quello di una pratica d'ufficio che a quello di un maratoneta.
In questi film, la specie umana si prepara a sopravvivere alla civilizzazione.

Mickey Mouse dimostra che una creatura può ancora sopravvivere anche se privata di sembianze umane. Distrugge l'intera gerarchia delle creature che si suppone culmini nell'umanità.
Questi film sconfessano il valore dell'esperienza più radicalmente di quanto si sia mai fatto. In quel mondo, non vale la pena provare esperienze.

Analogie con le favole. No, giacché gli elementi più vitali nelle favole sono evocati in modo meno simbolico e suggestivo. C'è un incommensurabile divario tra esse e Maeterlink o Mary Wigman. Tutti i film di Mickey Mouse sono basati sul tema dell'andar via di casa per scoprire cos'è la paura.
Per cui la spiegazione dell'enorme successo di questi film non è data dalla tecnica, dalla forma; non è neanche un fraintendimento. E' semplicemente data dal fatto
che il pubblico vi riconosce la propria stessa vita.
D'accordo, non si capisce un granché. Però ci sono almeno due frasi che mi piacciono molto. La prima e l'ultima. La prima è preziosa perché spiega di cosa parlavano due cervelli come Benjamin e Kurt Weill quando si incontravano: parlavano di Walt Disney (beh, magari non sempre, ma almeno una volta sì).
L'ultima, nel suo candore, mi commuove, perché ci vedo tutto il gran macchinario della riflessione marxista chinarsi eroicamente sull'ultima boiata americana, nell'intento sublime di cercare di capirne il successo, simile a un elefante che cercasse di infilarsi nel buco del lavandino. Mi vedo Benjamin che rilegge, si toglie gli occhiali e, spegnendo la luce, pensa: va be', questa è un po' stiracchiata, eh?
Fine della parentesi Benjamin.

* * *

La quarta e ultima epigrafe a questo libro, la rubo a un altro sommo maestro. Cormack McCarthy. Passa il tempo, ma il vecchio Faulkner de noartri, dal suo rifugio di El Paso, continua a sciorinare capolavori. L'ultimo suo libro si intitola No Country for Old Man (Non è un paese per vecchi, Einaudi). Il maestro deve aver pensato che non era più tempo di poesia e visioni, per cui ha asciugato per bene la sua storia e quando è arrivato all'osso ce l'ha tirata dietro. Per il lettore l'impressione è questa: eri andato a trovarlo per chiedergli cosa pensava del mondo e lui, senza nemmeno far capolino dalla staccionata, ti ha accolto con una fucilata. Tu ti giri e te ne vai.
Splendida fucilata, comunque. La storia è quella di una caccia all'uomo: un vecchio sceriffo insegue un killer spietato. Quanto allo sceriffo, per me entra nella galleria dei grandi personaggi da romanzo. Quanto al killer, è spietato in un modo così radicale e immorale e demoniaco, che il vecchio sceriffo riesce solo a dire: "Mi pareva di non aver mai visto uno come lui e mi è venuto da chiedermi se magari non era un nuovo tipo di persona." E già questa poteva essere una bella epigrafe, per un libro che cerca di capire i barbari che stanno arrivando. Ma in realtà, la citazione che ho scelto è un'altra. Perché è ancora più dura. E' uno sparo.
Non era difficile parlare con lui. Mi chiamava sceriffo. Ma io non sapevo cosa dirgli. Cosa si dice a uno che per sua stessa ammissione non ha l'anima? Perché gli si dovrebbe dire qualcosa? Ci ho pensato tanto. Ma lui era niente in confronto a quello che sarebbe venuto dopo.
Pum.
E così le quattro epigrafi sono scelte. Non per guadagnare spazio senza sforzo, ma mi piacerebbe riportarle adesso una sotto l'altra, perché in certo modo sono un'unica lunga frase, e sono lo steccato dentro cui pascolerà questo libro. Sarebbero da leggere in un unico, lungo, respiro della mente.
"Il timore di essere sopraffatti e distrutti da orde barbariche è vecchio come la storia della civiltà. Immagini di desertificazione, di giardini saccheggiati da nomadi e di palazzi in sfacelo nei quali pascolano le greggi sono ricorrenti nella letteratura della decadenza dall'antichità fino ai giorni nostri." (W. Schivelbush)
"Eleganza, purezza e misura, che erano i principi della nostra arte, si sono gradualmente arresi al nuovo stile, frivolo e affettato, che questi tempi, dal talento superficiale, hanno adottato. Cervelli che, per educazione e abitudine, non riescono a pensare a qualcosa d'altro che i vestiti, la moda, il gossip, la lettura di romanzi e la dissipazione morale, fanno fatica a provare i piaceri, più elaborati e meno febbrili, della scienza e dell'arte. Beethoven scrive per quei cervelli, e in questo pare che abbia un certo successo, se devo credere agli elogi che, da ogni parte, sento fiorire per questo suo ultimo lavoro." (The Quarterly Musical Magazine and Review, 1825)
"Mickey Mouse" (W. Benjamin)
"Non era difficile parlare con lui. Mi chiamava sceriffo. Ma io non sapevo cosa dirgli. Cosa si dice a uno che per sua stessa ammissione non ha l'anima? Perché gli si dovrebbe dire qualcosa? Ci ho pensato tanto. Ma lui era niente in confronto a quello che sarebbe venuto dopo." (C. McCarthy)
Ecco fatto. Adesso il libro può davvero iniziare.
Il primo capitolo si intitolerà: Perdere l'anima.
Lo so che sembra un vecchio Cocciante. Ma l'ho detto, a questo libro non farà schifo niente.




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17 maggio 2006

formicaio - perché la formica è saggezza (15)



Le immagini della memoria, una volta fissate con le parole, si cancellano.




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