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Diario


7 febbraio 2006

grasso - Raymond Carver


Sto prendendo il caffè dalla mia amica Rita, mentre ci fumiamo una sigaretta, le racconto quello che è successo. Ecco che cosa le racconto. È un mercoledì sera un po’ fiacco, sul tardi, quando Herb fa accomodare un signore grasso a un tavolo del mio settore.

Questo signore grasso è la persona più grassa che io abbia mai visto, anche se ha un aspetto curato ed è abbastanza ben vestito. È grosso in ogni particolare. Ma la cosa che mi ha fatto più impressione sono le dita. Quando mi sono fermata al tavolo accanto al suo per servire la coppia anziana, la prima cosa che noto sono le dita. Sembrano tre volte più grandi delle dita di una persona normale – lunghe, spesse, sembravano fatte di panna. Servo gli altri tavoli: un gruppo di quattro uomini d’affari, molto esigenti; un altro tavolo da quattro, tre uomini e una donna, più la coppia anziana. Leander ha già riempito d’acqua il bicchiere del signore grasso e io gli do tutto il tempo per decidere cosa ordinare prima di andare da lui. Buonasera, gli faccio. Cosa desidera?, faccio. Guarda Rita, ti dico che era grosso, ma grosso sul serio. Buonasera, mi fa. Salve. Sì, mi fa. Penso proprio che ora siamo pronti per ordinare, mi fa. È il suo modo di parlare – strano, capisci? E ogni tanto sbuffa anche un po’, ma appena appena. Credo che cominceremo con un’insalata Caesar, mi fa. E poi una scodella di minestra con pane e burro a parte, se non le dispiace. Le costolette d’agnello, credo. E una patata al forno con panna

acida. Per il dolce, vedremo dopo. Grazie tante, mi fa, porgendomi

il menù. Dio mio, Rita, avresti dovuto vedere quelle dita. Corro in cucina e passo l’ordinazione a Rudy che la prende facendo una smorfia. Lo sai com’è fatto Rudy, no? Che ci vuoi fare, quando lavora Rudy è fatto così. Mentre esco dalla cucina, Margo – te ne ho parlato di Margo, no? Quella che corre dietro a Rudy? Be’, comunque, Margo mi fa: Chi è il tuo amico grassone? È veramente ciccione, eh? Ora sta’ a sentire, perché secondo me, c’entra. Altroché se c’entra. Dunque, gli preparo l’insalata Caesar lì al tavolo, con lui che osserva ogni mia mossa e nel frattempo s’imburra le fette di pane e le mette da parte, sempre sbuffando delicatamente a modo suo. Ad ogni modo, non so se perché sono così tesa, ma fatto sta che gli rovescio il bicchiere dell’acqua.

Mi dispiace, faccio io. Succede sempre così quando si fanno le cose di fretta. Mi dispiace tanto, gli faccio. Si è bagnato? Adesso chiamo il ragazzo e faccio pulire subito tutto. Non fa niente, fa lui. Tutto a posto, mi fa, e sbuffa. Non si preoccupi, non ci dà fastidio, mi fa. Poi sorride e mi fa un cenno con la mano quando vado a chiamare Leander, e quando ritorno per servirgli l’insalata vedo che s’è già mangiato tutto il pane e burro. Poco dopo, quando gli porto l’altro pane, ha fatto già fuori l’insalata. E sai che quelle insalate là non sono mica piccole. Lei è molto gentile, mi fa. Questo pane è fantastico, fa. Grazie, faccio io. Be’, è davvero buono, mi fa, diciamo sul serio. Non ci capita spesso di gustare pane come questo, fa lui. Da dove viene?, gli chiedo allora. Non mi sembra di averla vista prima, gli faccio. Non è certo il tipo che passa inosservato, interviene Rita con una risatina. Denver, fa lui. Non aggiungo altro al proposito, anche se la cosa mi ha incuriosito molto.

La minestra arriva tra un attimo, signore, gli faccio. Scappo a dare gli ultimi ritocchi al gruppo dei quattro uomini d’affari molto esigenti. Quando gli servo la minestra, vedo che il pane è sparito di nuovo. Se ne sta mettendo l’ultimo pezzetto in bocca. Mi creda, mi fa, non mangiamo mica sempre così, fa lui. E giù uno sbuffo. Ci scuserà, mi fa. Non si preoccupi, prego, faccio io. Ame piace vedere una persona che quando mangia si diverte, gli faccio. Non so, fa lui. Immagino sia come dice lei. E giù uno sbuffo. Si sistema meglio il tovagliolo. Poi prende in mano il cucchiaio. Dio mio, quanto è grasso!, fa Leander. Non è mica colpa sua, faccio io, perciò piantala. Gli metto davanti un altro cestino del pane e altro burro. Com’era la minestra?, gli chiedo. Grazie. Molto buona, fa lui. Davvero buona. Si asciuga le labbra con il tovagliolo e poi anche il mento. Le pare che faccia caldo qui o è una mia impressione?, mi fa. No, fa proprio caldo, faccio io. Allora forse ci toglieremo la giacca, fa lui. Faccia pure. È meglio mettersi comodi, no?, faccio io. È vero, fa lui, è proprio vero.

Ma dopo un po’ mi accorgo che non se l’è mica tolta, la giacca. I miei tavoli da quattro se ne sono andati ormai e anche la coppia anziana. Il locale si sta svuotando. Quando gli porto le costolette e la patata al forno, insieme ad altro pane e burro, lui è l’unico cliente rimasto. Gli metto una porzione extra di panna acida sulla patata e poi la cospargo di pancetta ed erba cipollina. Gli porto altro pane e burro. È tutto di suo gradimento?, gli faccio. Buonissimo, fa lui e giù uno sbuffo. Eccellente, grazie, fa lui e giù un altro sbuffo. Si gusti la cena, faccio io. Sollevo il coperchio della zuccheriera sul suo tavolo e controllo il livello. Lui annuisce e continua a guardarmi finché non mi sposto. Allora mi rendo conto che stavo cercando qualcosa, ma non mi ricordo cosa. Come va con quella palla di lardo? Ti farà correre stasera, vedrai, mi fa Harriet. Sai com’è fatta Harriet, no? Per dessert, faccio al signore grasso, c’è una specialità della casa, la Lanterna Verde, cioè torta-budino con sciroppo, oppure torta di formaggio, gelato alla crema o sorbetto all’ananas. Non è che le stiamo facendo fare tardi, eh?, fa lui, sbuffando con aria preoccupata.

Niente affatto, faccio io. Certo che no. Se la prenda comoda, gli faccio. Intanto che decide le porto altro caffè. Be’, saremo franchi con lei, fa lui. E si sposta un po’sulla sedia. Ci piacerebbe assaggiare la specialità, ma vorremmo anche una porzione di gelato alla crema, magari con una goccia di cioccolato fuso, se non è di disturbo. L’avevamo avvertita che avevamo un certo appetito, mi fa. Vado in cucina a preparargli personalmente il dessert e Rudy mi fa: Harriet dice che là fuori hai una specie di uomo cannone del circo. È vero? Rudy s’è già tolto grembiule e cappello, se capisci cosa voglio dire. Senti, Rudy, per essere grasso è grasso, gli faccio, ma non è mica tutto lì. Rudy si limita a farsi una risatina. Mi pare di capire che hai un debole per gli uomini un po’ in carne, fa poi. Ehi, Rudy, sta’ attento, fa Joanne che entra in cucina proprio in quel momento. Uh, mi sta facendo ingelosire, fa Rudy, rivolto a Joanne. Metto la specialità della casa davanti al signore grasso e, a fianco, una porzione abbondante di gelato alla crema con il cioccolato fuso.

Grazie, fa lui. Non c’è di che, faccio io... e provo, non so, come una sensazione di tenerezza. Ci creda o no, fa lui, non abbiamo mica mangiato sempre così. Io, invece, mangio mangio e non aumento mai di peso, faccio io. Eppure mi piacerebbe mettere su qualche chilo. No, fa lui. Se dipendesse da noi, a noi no. Ma non abbiamo molta scelta. Quindi prende il cucchiaio e comincia a mangiare. E poi?, fa Rita, mentre si accende una delle mie e si avvicina con la sedia al tavolo. Questa storia si sta facendo davvero interessante, fa Rita. Tutto qui. Non c’è altro. S’è mangiato i suoi dessert e se ne è andato. E allora io e Rudy siamo tornati a casa. Che ciccione!, fa Rudy, stirandosi come fa di solito quando è stanco. Poi si fa una risatina e se ne torna a guardare la televisione. Metto a bollire l’acqua per il tè e mi faccio una doccia. Mi passo una mano sulla pancia e mi chiedo che succederebbe se avessi dei figli e uno di loro finisse per essere come quello, così grasso. Verso l’acqua nella teiera, sistemo le tazze, la zuccheriera, il cartone di latte scremato e porto il vassoio di là da Rudy. Come se ci stesse ancora pensando, Rudy mi fa: Una volta conoscevo un tizio grasso, anzi due, due tizi, ma grassi sul serio, quando ero piccolo. Dio mio, se erano grossi, due palloni. Non mi ricordo neanche come si chiamavano. Ciccio, era l’unico modo in cui lo chiamavano uno di quei ragazzini. Lo chiamavamo tutti Ciccio, quello che abitava vicino a me. Era del quartiere. L’altro è arrivato più tardi. Si chiamava Bombolo. Cioè, lo chiamavano tutti Bombolo, tranne i professori a scuola. Ciccio e Bombolo. Quanto vorrei avere le loro foto, fa Rudy.

Non mi viene niente da dire, perciò ci beviamo il tè e dopo un po’ mi alzo per andare a letto. Anche Rudy si alza, spegne la televisione, chiude a chiave la porta d’ingresso e si comincia a sbottonare. M’infilo a letto e mi tiro tutta dalla mia parte, sdraiata sulla pancia. Ma appena spegne la luce e si mette a letto, ecco che Rudy comincia a darsi da fare. Mi volto sulla schiena e cerco di rilassarmi un po’, anche se non ne ho proprio voglia. Ma ecco il punto. Quando mi monta sopra, all’improvviso mi sento grassa. Sono così tremendamente grassa al punto che Rudy diventa minuscolo e quasi non si sente più.

Be’, è proprio una storia buffa, mi fa Rita, ma mi rendo conto che mica l’ha capita. La cosa mi deprime un po’. Ma non mi va di spiegargliela. Già le ho detto troppo. Lei rimane lì seduta, in attesa, si aggiusta i capelli con le dita tutte laccate. Ma che aspetta? Mi piacerebbe saperlo. Siamo ad agosto. La mia vita cambierà, presto. Lo sento.




permalink | inviato da il 7/2/2006 alle 11:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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